I cigni selvatici

C’era una volta un Re che aveva dodici figli: undici maschi e una sola bellissima femmina. I bambini crescevano a corte giocando in allegria finché un giorno il Re non decise di risposarsi con Rebecca, una bella signora che aveva però un grande difetto: era molto gelosa di quei bambini. Ma più di tutti non poteva sopportare Elisa, la principessina. Così penso di allontanarla dal palazzo e di affidarla a una famiglia di contadini. La sua gelosia però non si placò e qualche anno dopo la matrigna riuscì a cacciare anche tutti i principi maschi. Per loro chiese anche che una strega facesse un terribile incantesimo: vennero trasformati in undici cigni neri.
Quei cigni volarono lontano e stavano quasi sempre in esilio. Tornavano soltanto una volta all’anno per rivedere con grande nostalgia i luoghi felici di quando erano bambini. La principessa Elisa invece, quando fu abbastanza grande, venne chiamata al castello dalla matrigna, che sperava di trovarla brutta e provata dalla vita di campagna. Elisa invece era bella, anzi, bellissima e dolce. Per la rabbia la matrigna le sporcò il viso con la cenere del camino e le tagliò i lunghi capelli biondi.
La ridusse davvero male, tanto che il re, entrando in quella stanza, non la riconobbe, anzi si spaventò e la cacciò pensando che fosse una vagabonda in cerca di qualcosa da rubare. Elisa fuggì nel bosco. Era triste e sola. Sentiva la mancanza dei suoi fratelli. Non sapeva dove andare, cercò un riparo e si addormentò tanto era stanca. La mattina seguente si svegliò e vide accanto a lei una vecchina.
La donna le raccontò: ”Sai mia cara, non lontano da qui puoi trovare undici cigni neri che hanno una piccola corona in testa“.
Elisa si fece indicare il cammino e andò a cercarli. Camminò tutto il giorno e giunse al tramonto in riva al fiume dove i cigni nuotavano. Quando il sole tramontò quei cigni si trasformarono, proprio sotto i suoi occhi, nei suoi undici fratelli principi. Che gioia per Elisa poterli riabbracciare!
Ma i principi le raccontarono delle incantesimo che li imprigionava e li costringeva a stare lontano. “Possiamo tornare qui solo in questa stagione, veniamo a vedere casa nostra e poi ci tocca tornarcene via…” spiegò il più grande. “Vieni anche tu con noi stanotte! Vola lontano con noi!”.
Elisa non se la sentiva di lasciarli, ora che li aveva ritrovati e volò aggrappata al collo di uno di loro, fino a quando non si rifugiarono in una caverna per riposare un po’. Elisa si addormentò con la preoccupazione di trovare il modo per aiutare i fratelli, ma non sapeva proprio come fare! Quando le apparve in sogno la vecchina che le aveva raccontato dei cigni.
In verità quella vecchina era una fata buona che propose a Elisa un piano preciso: “Posso aiutarti a salvare i tuoi fratelli ma ti serviranno forza e coraggio. Devi prendere le ortiche e filarle come se fossero cotone e poi tessere degli abiti per i tuoi fratelli e finché non avrai finito questo lavoro non dovrai mai parlare con nessuno. Se non rispetterai questo silenzio, ai tuoi fratelli verrà accorciata la vita”.
Era una prova davvero difficile, ma Elisa accettò. E la fata concluse: “Quando avrai confezionato gli undici abiti li getterai addosso ai cigni e loro diventeranno di nuovo principi per sempre. Solo allora potrai parlare”. Elisa aveva capito bene e la mattina comincio a raccogliere le ortiche. Filava e tesseva sopportando le irritazioni e il bruciore che quelle foglie le davano sulle braccia. I suoi fratelli cigni la vedevano così irritata e li chiedevano come mai, ma lei stava sempre zitta. Per superare quella prova ci voleva davvero tanto coraggio ed Elisa ce la metteva tutta!
Un giorno, mentre raccoglieva altre ortiche nel bosco, passò un principe con la sua scorta, la vide e si innamorò di lei. La portò nel suo palazzo e volle sposarla. Elisa non parlava e il seguito del principe si insospettì: qualcuno diceva che quella strana ragazza poteva forse essere una strega. Il principe cercò di proteggerla più che potè, ma ad un certo punto dovette cedere alle richieste della corte e dei sudditi che volevano bruciarla come si faceva allora con le streghe.
Elisa non rispondeva e continuava a tessere e filare chiusa nella sua stanza. Il principe, con le lacrime agli occhi dette l’ordine di portarla in piazza, dove era stato preparato uno rogo per il fuoco. Elisa sì lascio prendere, sempre in silenzio, ma volle portare con sé gli undici abiti che nel frattempo era riuscita a finire.
Nella piazza c’era una grande agitazione e anche gli undici cigni vennero attirati da quella confusione: non sapevano che cosa stesse succedendo e si avvicinarono per vedere meglio. Quando Elisa li vide, lanciò immediatamente su di loro gli abiti. Proprio in quel momento i cigni si ritrasformarono in principi e si avvicinarono alla sorella tra le grida della folla. Elisa sorrise e potè finalmente parlare. Li abbracciò e baciò anche il suo principe: ora poteva spiegare tutto. Al colmo della felicità il rogo venne distrutto. Elisa visse per sempre felice con il suo amato e suoi fratelli con lei.

La bella addormentata nel bosco

C’erano una volta un re e una regina che avevano un grande regno colmo di ricchezze, villaggi, boschi, campi e città. Avevano tutto ciò che si può desiderare in vita, tranne una cosa sola, forse la più importante: desideravano tanto avere un figlio. “Ah, se avessimo un erede!” ma il piccolo non veniva mai. Consultarono medici, sapienti, dottori e tutti dicevano loro che non c’erano problemi e che non sapevano proprio spiegare perché il bambino non arrivasse.
Un giorno in cui la regina faceva il bagno nel lago vicino al castello, ecco saltar fuori dall’acqua una rana, che le disse “Ascoltami bene, mia regina: il tuo desiderio si compirà. Vedrai che prima che sia trascorso un anno da oggi, darai alla luce una figlia”.
La regina fu sorpresa da quella frase. Sorrise perché l’annuncio era bellissimo, ma non ne fu convinta fino in fondo, tanto che continuò il suo bagno nel lago come se niente fosse.
La rana però aveva ragione perché prestissimo la regina si accorse di aspettare un figlio e appena prima dell’inverno partorì una bellissima figlia.
Il re non stava in sé dalla gioia, avevo aspettato tanto che non credeva ai suoi occhi, così ordinò che si organizzasse una gran festa. La più bella mai vista nel regno. Invitò la famiglia, i ministri, i nobili, gli amici e i conoscenti, ma anche le fate, perché portassero fortuna alla neonata.
Nel suo regno vivevano ben tredici fate: il maestro di cerimonia, che organizzava la festa con grande attenzione, corse del re e dalla regina con fare agitato e comunicò “Maestà, abbiamo soltanto dodici piatti con posate d’oro, come facciamo a ricevere con tutti gli onori le tredici fate del paese? Se permettete un consiglio io direi che dobbiamo invitarne solo dodici”.
Il re e la regina non volevano occuparsi di quisquilie come piatti e posate e non ci pensarono tanto, così in quattro e quattr’otto decisero di invitare solo dodici fate.
Dopo una settimana di preparativi ecco che arrivò la serata della festa. Il palazzo era tutto illuminato da candele brillanti. I cuochi sfilavano nelle sale con vassoi di vivande per tutti i gusti. L’orchestra suonava dolcissime melodie per non disturbare la festeggiata, la principessa appena nata.
La festa fu davvero bellissima e stava per finire quando le fate si fecero largo tra gli invitati: era arrivato il momento di dare alla bimba i loro doni speciali.
La prima le donò la virtù, la seconda la bellezza, la terza la ricchezza, e così via. La piccola stava ricevendo tutto ciò che di buono si può desiderare, quando improvvisamente si aprì una grande porta e apparve la tredicesima fata.
Era molto arrabbiata per non essere stata invitata, e senza salutare né guardar nessuno, si avvicinò alla culla e disse ad alta voce “ A 15 anni la principessa si pungerà con un fuso e morirà”. E, senza aggiungere altro, lasciò la sala.
Tra gli ospiti ammutoliti per lo spavento, si fece avanti la dodicesima piccola fata che era stata interrotta dalla tredicesima e disse “Scusate, signore, io devo ancora donare il mio regalo alla piccola”, e poi aggiunse parlando direttamente al re e alla regina che erano agitatissimi per quella maledizione, “ non posso annullare questo terribile incantesimo, ma posso mitigarlo”.
Il re la regina si avvicinarono a lei tremando. “Ti prego di fare tutto ciò che poi per la nostra piccola…”. E la fata dichiarò “la principessa non morirà, ma cadrà in un profondo sonno, che durerà cent’anni”.
Tutti abbassarono gli occhi per la paura e lo sgomento. La festa fini così, con quest’aria pesante che si abbatté sul palazzo e che non lascio più nulla dell’allegria di prima.
Fin dal mattino seguente il re si mise all’opera: ordinò che tutti fusi del regno fossero bruciati. Poi mise delle guardie a controllare a distanza la principessa affinché non venisse avvicinato da nessuno soprattutto perché non toccasse nulla di pericoloso.
Intanto la piccola cresceva con i doni ricevuti dalle fate: era tanto bella, garbata, gentile intelligente, e tutte le volevano bene.
Arrivò il giorno del suo quindicesimo compleanno e si aggirava nel castello. Le guardie dopo tanto tempo avevano allentato un po’ i controlli, anche perché la principessa era davvero buona e ubbidiente. Quel giorno quindi era sola.
Girò in lungo e in largo, visitò tutte le stanze curiosando in tutti gli angoli, e giunse infine a una vecchia torre. Non si ricordava di averla mai notata e si incuriosì molto. Così prese a salire la stretta scala a chiocciola di quella torre, fino a che arrivò davanti ha una porticina.
Nella serratura c’era una chiave arrugginita, e la giro tre volte, la porta si spalancò. Apparve una piccola stanza vuota e al centro c’era una vecchia con un fuso, che filava il suo lino.
“Buongiorno, nonnina” disse la principessa, “cosa fai?”. “Filo” rispose la vecchia, senza smettere.
“Cos’è questo, che gira così allegramente?” domandò ancora la principessa, perché non aveva mai visto un fuso in vita sua. Poi prese il fuso in mano, per provare a filare. Ma non appena lo tocco, si punse un dito. L’incantesimo si era avverato. Come sentì la puntura, cadde in un sonno profondo. E quel sonno volò come un fantasma in tutto il castello: il re e la regina si addormentarono con tutta la corte. Dormivano i cavalli nelle scuderie, i cani nel cortile, i colombi sul tetto, le mosche sulla parete; persino il fuoco, che fiammeggiava nel camino, si smorzò e si assopì, l’arrosto cessò di sfrigolare in cucina e il cuoco, che stava rimproverando uno sguattero, lo lasciò andare e si addormentò vicino a lui.
Passarono gli anni. Intorno al castello crebbe una siepe di rovi intricatissimi, che col tempo diventò più alta e fini col circondarlo e ricoprirlo tutto, arrivò così in alto che non si vedeva neanche la bandiera sul tetto.
Nel paese vicino si sparse la leggenda di Rosaspina, la bella addormentata, come veniva chiamata la principessa; e ogni tanto qualche principe tentava, attraverso il roveto, di penetrare nel castello. Nessuno c’era ancora riuscito. Dopo molti, molti anni, giunse nel paese un altro principe; anche lui aveva sentito narrare del castello e delle spine, aveva sentito anche della bellissima principessa Rosaspina, che dormiva da cent’anni. Allora disse “Io non ho paura, voglio provare ad arrivare fino alla bella Rosaspina”.
E non ascoltò nessuno di tutti quelli che sulla strada cercarono in ogni modo di dissuaderlo. Ma, appunto in quei giorni, erano passati cent’anni ed era venuto il momento che Rosaspina si risvegliasse. Per questo, quando il principe s’avvicino allo spineto, trovò soltanto una siepe di fiori che dolcemente lo lasciarono passare, richiudendosi alle sue spalle.
Nel cortile del castello vide cavalli e cani da caccia che dormivano, sdraiati al suolo; sul tetto dormivano i colombi, con la testina sotto l’ala. E quando entrò nelle sale, perfino le mosche dormivano sulle pareti, in cucina il cuoco abbracciava lo sguattero e russava. Nella sala del trono vide dormire tutta la corte con il re e la regina. Andò oltre, camminò nel silenzio quando finalmente giunse alla torre. Sali la scala a chiocciola, trovo la porticina, la apri e si trovò nella stanza in cui dormiva Rosaspina.
Era così bella che subito si avvicinò per guardarla meglio, poi non seppe resistere, si chinò e le diede un bacio.
Al tocco di quel bacio, Rosaspina aprì gli occhi, sì svegliò e lo guardò tutta sorridente.
Allo stesso momento il re, la regina e tutta la corte si svegliarono e si guardarono l’un l’altro stupefatti. I cavalli in cortile si alzarono e si scrollarono, i cani da caccia ricominciarono a scodinzolare; i colombi sul tetto turbarono, le mosche ripresero a ronzare sulla parete; il fuoco in cucina scoppiettò, divampò, continuò a cuocere il pranzo; l’arrosto ricomincio a sfrigolare; il cuoco diede allo sguattero una carezza.
Il principe e la principessa scesero per mano dalla torre. Si guardarono negli occhi tutto il giorno. Sembravano fatti l’uno per l’altra e decisero, dopo poco, di sposarsi.
Il matrimonio fu una grande festa, forse ancora più bella della prima. Il principe la principessa vissero felici e contenti per lunghissimi anni e della tredicesima fata non si seppe più nulla.

Quercetti Pixel Evo: disegna con i chiodini

Alzi la mano chi non ha mai giocato almeno una volta nella propria vita con i chiodini Quercetti: una tavoletta traforata e tanti colorati chiodini di plastica da comporre per realizzare fantastici mosaici.
Vedo poche mani alzate, ma lo sospettavo. È un gioco molto amato perché sviluppa la fantasia, la creatività ed è una ginnastica motoria molto importante per la mano e per il cervello del bambino.    

BREVE STORIA DEL CHIODINO

La storia del chiodino ha origini francesi e si colloca a cavallo tra gli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso. Siamo nel 1946 e alla Fiera di Parigi il Coloredo (nome originario del gioco) vince la medaglia d’oro come miglior invenzione sbaragliando la concorrenza. Era composto da una tavoletta di cartone traforata e tanti “fiammiferi” con la testa in ceralacca in 4 colori con i quali creare mosaici multicolore in rilievo. Ma nel 1953 la svolta: Alessandro Quercetti intuisce le enormi potenzialità del gioco e inizia a distribuire in esclusiva il prodotto per l’Italia. Dopo una fase iniziale, nella quale si limita alla vendita dell’assortimento francese ma con scatole in versione italiana e marchiate Quercetti, inizia ad apportare tutta una serie di miglioramenti nella produzione e nell’impiego dei materiali che porterà il prodotto ad essere quello che conosciamo oggi. Particolare attenzione viene posta alla forma dei chiodini, continuamente affinata fino a stabilizzarsi in quella inconfondibile testa a parabola, ergonomicamente studiata per facilitare la presa da parte dei bambini.
Ma nel 1984 le strade dei proprietari del marchio Coloredo e della Quercetti si separano: i francesi riproporranno sul mercato delle ri-edizioni del vecchio gioco con i fiammiferi in legno ma con scarso seguito, lasciando così a Quercetti il posto di leader mondiale del gioco dei chiodini che cambiò però nome in Fantacolor.

DESCRIZIONE PIXEL EVO

Di tutta la vasta gamma di Fantacolor vorrei soffermarmi su Pixel Evo, quello che reputo il giusto inizio e approccio al gioco dei chiodini per i bambini dai 3 ai 6 anni.
All’interno della confezione, ben curata e studiata nei minimi dettagli, troviamo una valigetta composta da due parti: il coperchio è la nostra tavoletta traforata sulla quale prenderanno forma i nostri disegni, e il cestino diventa il contenitore per i nostri 300 chiodini di dimensioni e colori vari (300 pz. nella versione Large e 160 pz. nella versione Small) per tenere sempre tutto in ordine e non perdere neanche un chiodino. Il tutto è dotato di una pratica maniglia per portare sempre con sé il nostro gioco.
La bontà dei prodotti della Quercetti si denota dalla cura e dallo studio di particolari dettagli che fanno la differenza, come per esempio la scanalatura presente all’interno del cestino nella quale innestare la tavoletta traforata per tenerla in verticale.
Troverete all’interno della confezione di Pixel Evo anche una serie di schede con dei disegni da copiare che faciliteranno i vostri pargoletti nella composizione dei chiodini. Sarà sufficiente sovrapporre la scheda alla tavoletta e bucare la carta seguendo lo schema con il colore e le dimensioni giuste dei chiodini. Facile no?! Io direi di si.
Presa familiarità con il gioco le schede potranno lasciare lo spazio alla completa creatività del bambino che potrà sbizzarrirsi con la fantasia.

 

GIUDIZIO

Non posso che esprimere il mio giudizio positivo nei confronti di un prodotto che ha riempito i miei interi pomeriggi da bambino. La qualità delle plastiche usate per i chiodini, la tavoletta forata e il cestino/contenitore è altissima garantendo sicurezza e durevolezza (i chiodini con i quali giocavo sembrano ancora nuovi dopo più di 20 di vita).
Il gioco si presenta apparentemente molto semplice nel suo utilizzo ma aiuta a sviluppare la motricità fine del bimbo, la sua creatività ed espressione artistica che contribuiscono al loro sviluppo. Con Pixel Evo il divertimento è senza fine così come la fantasia dei bambini.
In aggiunta, tutta la produzione dei prodotti Quercetti viene fatta da oltre 60 anni nell’unica sede di Torino, garantendo così il Made in Italy al 100%, particolare da non sottovalutare e di cui andare assolutamente molto fieri.

DOVE PROVARLI E ACQUISTARLI

Potete venire a provare Pixel Evo e tutta la gamma dei giochi Quercetti ovviamente nel mio negozio.

Raperonzolo

C’era una volta un uomo è una donna che desideravano tanto un bambino. Avevano già preparato la sua stanzetta ma purtroppo, dopo cinque anni, il bambino non era ancora arrivato e la donna si ammalò per il dolore. Una mattina, guardando dalla finestra, la donna vide dei raperonzoli nell’orto della casa vicina ed esclamò: “Come vorrei mangiarne qualcuno, sono sicura che, dopo, mi sentirei molto meglio!”. Il marito, nonostante l’orto appartenesse a una strega cattiva, la accontentò e, subito, di nascosto, vi si intrufolò. Poi per pranzo, preparò una deliziosa insalata di carote e raperonzoli. Di colpo, la moglie si sentì molto meglio. Il giorno dopo, la donna espresso il desiderio di mangiare altri raperonzoli. L’uomo entrò di nuovo nell’orto della vicina. Ma, aveva appena strappato le prime foglie, che una voce tuonò: “Perché stai rubando i miei raperonzoli?”. Era la strega ed era molto arrabbiata.
“Mi dispiace tanto!” si scusò l’uomo, tremante per la paura. “L’ho fatto per mia moglie che è triste perché non riusciamo ad avere un bambino. È felice solo quando mangia i vostri raperonzoli!” le spiegò. La strega ci penso un po’ su e poi esclamò: “Va bene, raccogli tutti i raperonzoli che vuoi, la aiuteranno ad avere tanti bambini, ma voglio qualcosa in cambio: il primo bambino che nascerà!”. L’uomo, terrorizzato, accettò. Ogni giorno tornava a prendere i raperonzoli e li cucinava alla moglie. Dopo poco tempo, i due aspettavano una bambina. Erano al settimo cielo! Ma, il giorno della nascita, la strega la rapì. La chiamo Raperonzolo.
Raperonzolo crebbe ogni giorno più bella. Aveva lunghissimi capelli del colore dell’oro che legava sempre in due trecce. Amava giocare con i suoi amici uccellini. Ma, la mattina del suo dodicesimo compleanno, la strega la rinchiuse in un’alta torre nel bosco, senza scale né porta. Aveva solo una finestrella. “Non voglio che tu mi abbandoni, per questo vivrai qui!” le disse la strega. Raperonzolo era sempre sola. Le mancava la sua vita! La strega le portava del cibo una volta al giorno e, per avvisarla del suo arrivo, le urlava “Raperonzolo! Getta le tue trecce dalla finestra!” Quindi, si arrampicava e, dopo essere stata un po’ con lei, ridiscendeva, sempre usando le trecce.
Raperonzolo viveva nella torre ormai da quattro anni. Per passare il tempo leggeva e dipingeva e, quando era triste, cantava. Gli uccellini si radunavano sulla finestra, incantati, perché la fanciulla aveva una voce meravigliosa. Un giorno, il figlio del re attraversava quella parte del bosco e si fermò a un ruscello a far vedere il suo cavallo. Improvvisamente, sentì la fanciulla cantare. Cercò di capire da dove provenisse la voce e, poco dopo, arrivò alla torre. Non vedendo né porta né scala, non poteva, però, salire. Ogni giorno, rapito dalla voce misteriosa, il giovane si recava alla torre. Un pomeriggio, noto la strega che urlava: “Raperonzolo! Getta le tue trecce dalla finestra!”. Il principe sorrise. Aveva scoperto il trucco! L’indomani, verso sera, il principe arrivò alla torre e gridò: “Raperonzolo! Getta le tue trecce dalla finestra!” e, in un attimo, fu in cima. Raperonzolo, nel vederlo, si spaventò ma lui la tranquillizzò subito: “Sono venuto per salvarti!”.
La fanciulla apprezzò la compagnia del principe, così gentile di educato. Al momento della sua partenza, però, si rattristò perché non poteva lasciare la torre insieme a lui. “Da domani, ogni giorno, ti porterò un pezzo di corda. Quando ne avrai a sufficienza, potrei costruire una scala e lascerai con me questa prigione!” le spiegò. Ogni sera, come promesso, il principe e tornava a trovare Raperonzolo. La strega non si accorse mai di nulla finché, una mattina, dopo averla tirata su con le sue trecce, Raperonzolo si tradì: “Perché sei così pesante? Il principe è molto più leggero di te!”. “Hai conosciuto il principe? Io ti avevo chiuso nella torre perché nessuno ti potessi vedere!” urlò la strega. Poi, le tagliò di netto le trecce con una forbice. Quindi, la condusse nel bosco più fitto e la lasciò sola e senza cibo.
Quella sera il principe tornò e, come sempre, gridò: “Raperonzolo! Getta le tue trecce dalla finestra!”. La strega fece cadere le trecce tagliate e il principe salì rapidamente. Arrivato in cima, scorse la strega che gli gridò: “Volevi portarmi via Raperonzolo? Troppo tardi, non è qui, lo abbandonata nel bosco!”. Disperato, il principe si butta dalla finestra. Fortunatamente, dei cespugli attutirono la caduta, ma di ramoscelli trapassarono gli occhi, rendendolo cieco. Ciò non gli impedì di andare nel bosco a cercare la sua amata. Gli anni passarono e il principe continuava a cercare il Raperonzolo. Un pomeriggio, udì qualcuno cantare di esclamò: “Io conosco questa voce!”. Quindi, segui la direzione da cui proveniva la voce e trovò la sua dolce Raperonzolo. La giovane lo riconobbe e gli corse incontro, piangendo per la felicità. Le lacrime bagnarono i suoi occhi e gli diedero di nuovo la vista. Insieme, tornarono al palazzo del re. Dopo pochi giorni si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.
E la strega? Rimase prigioniera nella torre perché il principe, cadendo, si era portato dietro le trecce!

Brucomele Giocattoli ha trovato il suo negozio

Apparentemente la scelta del luogo che avrebbe dovuto dare inizio al sogno di aprire il mio nuovo negozio sarebbe dovuta essere ardua e colma di riflessioni. Probabilmente avrei dovuto passare ore e ore a studiare piante di locali diversi, la gestione dello spazio, analisi approfondite e ricerche di mercato per determinare il quartiere migliore. Ma non ho fatto nulla di tutto ciò. Ora ti spiego meglio.

LASCIATI GUIDARE DALL’ISTINTO

In questo articolo “Conosci il tuo giocattolaio?” ho già raccontato come mi venne la “pazza” idea di aprire un negozio di giocattoli. In buona sostanza fu il locale vuoto e l’ambiente circostante ad influenzarmi e a donarmi l’intuizione che cambiò la mia vita. Però le idee da sole non bastano, devo diventare dei progetti ed essere valutati con molta attenzione. Tra queste valutazioni, lo spazio fisico dove avrà inizio l’attività è tra quelle fondamentali perché si collegano i ragionamenti legati al luogo, come per esempio la tipologia di giochi che i miei potenziali clienti della zona potrebbero ricercare, oppure se c’è spazio a sufficienza per proporre delle attività ludiche ai bambini, se sono sufficientemente visibile ai passanti o posso attirarli utilizzando altri canali….
Prima di ufficializzare la mia proposta all’agenzia immobiliare, ho sondato il mercato alla ricerca di proposte commerciali alternative e ho preso qualche appuntamento perché mi dicevo che una scelta tanto importante non può essere presa senza un’attenta valutazione. La decisione definitiva però è arrivata grazie all’istinto: in nessuno dei locali che ho visitato ho provato le stesse sensazioni. L’entusiasmo e la gioia che accompagnavano la mia mente mentre trasformava uno spazio abbandonato e polveroso in quello che sarebbe stata la mia casa del giocattolo, non l’avevo provato da nessun’altra parte. Potevo immaginare già l’arredamento, i bambini che entravano e giocavano e le attività che si sarebbe svolte al suo interno. Insomma lo vedevo già vivo. Così mi sono detto “ascolta la tua pancia e non sbaglierai”. Così ho fatto, ovviamente incrociando le dita e con tanta speranza nel cuore.  

COME ARRIVI FIN LASSÙ

Ufficializzato il contratto di affitto, bisognava pensare al progetto architettonico e alla gestione dei suoi spazi. Qui, il mio passato nel mondo dell’architettura mi è venuto in soccorso e sono partito da tre concetti fondamentali: da un lato scaffali in ferro e legno e dall’altro cassette della frutta per l’esposizione, pareti bianche e lampade a sospensione rosse e verdi. Tutto il più neutro e “pulito” possibile per far risaltare ancora di più i giochi esposti.
Trovare una soluzione espositiva ad un locale che presenta in alcune sue parti più di 8 metri di altezza non è stato semplice e studiare il grande scaffale che occupa quella parete ha richiesto qualche ora in più del previsto, ma sono riuscito a raggiungere l’effetto voluto. I piani di legno mobili aggiungono flessibilità andando incontro alle mie esigenze espositive.
Una semplice scala a scorrimento orizzontale (quelle che si trovano nelle biblioteche) ha permesso di risolvere il problema dei ripiani più alti rendendo il tutto molto affascinante per i bambini che entrano e mi chiedono “ma come arrivi a quei giocattoli lassù?”.
Molta cura e attenzione è servita per disegnare la collocazione delle cassette della frutta fissate alle altre pareti: il loro posizionamento sembra casuale ma, in realtà, seguono uno schema ben preciso e l’utilizzo di cassette di dimensione diversa ha regalato un piacevole movimento spaziale.
Anche la disposizione dei giochi è stata pensata e curata affinché i bambini sappiano trovare proprio quello che cercano, così la suddivisione in base all’età e al genere rende tutto più ordinato e organizzato. Chiacchierando con adulti e bambini ho capito che tutti i ragionamenti che hanno portato il negozio ad avere l’attuale aspetto, sono stati recepiti con facilità.

ERAVAMO QUATTRO AMICI AL BAR

A mano a mano che il negozio prendeva forma cresceva dentro di me l’intenzione di non relegarlo a semplice e classica rivendita di giocattoli, ma farlo diventare un punto di riferimento per il gioco dei bimbi del quartiere. Un luogo dove ritrovarsi per passare del tempo e giocare insieme, assistere a spettacoli e partecipare a laboratori condividendo la felicità e la creatività.
Ed è anche per questo che la mia scelta definitiva sul locale che avrebbe ospitato il mio progetto è ricaduta su un negozio che si trova in una posiziona “anomala”, non su strada ma all’interno di un’area pedonale sufficientemente lontana dal traffico delle macchine. Se da un lato questo penalizza la mia visibilità, dall’altro però mi permette di organizzare attività di gioco che possono anche estendersi al di fuori del negozio (per esempio un bel torneo con i Nerf! Se non li conoscete, non preoccupate perché ve ne parlerò presto).
La bellezza di essere un commerciante risiede nel rapporto che si instaura tra me e il cliente, soprattutto se è alto meno di un metro. Ricordarsi l’ultimo acquisto per poter consigliare qualcos’altro, aiutare il bambino nella sua scelta conoscendo già i suoi gusti, fargli provare i giochi appena arrivati per capire il loro grado di apprezzamento, vederli entrare solo per un saluto o per fare quattro chiacchiere su come è andata la giornata a scuola come se fossimo degli amici al bar.  
È questo il negozio con il rapporto commerciante/cliente che stavo cercando, ed il riscontro è assolutamente positivo. Il messaggio è arrivato.

IL MIO NEGOZIO CHE CAMBIA, NELLA FORMA E NEL COLORE, È IN TRASFORMAZIONE

Un negozio è qualcosa di vivo, che cresce, evolve, si trasforma e si ritrasforma nuovamente. Non può rimanere fermo. Ha bisogno di un continuo cambiamento, adattandosi alle esigenze del momento. Così cambio continuamente l’esposizione aggiungendo o togliendo dettagli, alla ricerca sempre della soluzione migliore. Dal giorno dell’apertura, un anno fa, Brucomele Giocattoli è cambiato tantissimo arricchendosi sempre più. Assomiglia proprio a me, ordinato e lineare ma con la continua necessità di migliorarsi e trasformarsi, non per essere qualcosa di diverso ma per avere sempre una marcia in più.

SU, SU VIENI A TROVARMI

Dai, ti ho messo un po’ la curiosità di vedere questo spazio dedicato ai più piccoli?! Allora vieni a trovarmi qui in Corso Lione 85/9D, 10141 Torino, ti aspetto!