La piccola fiammiferaia

Era l’ultimo giorno dell’anno: faceva molto freddo e cominciava a nevicare. Una povera bambina camminava per la strada con la testa e i piedi nudi. Quando era uscita di casa, aveva ai piedi le pantofole che, però, non aveva potuto tenere per molto tempo, essendo troppo grandi per lei e già troppo usate dalla madre negli anni precedenti. Le pantofole erano così sformate che la bambina le aveva perse attraversando di corsa una strada: una era caduta in un canaletto di scolo dell’acqua, l’altra era stata portata via da un monello. La bambina camminava con i piedi lividi dal freddo.
Teneva nel suo vecchio grembiule un gran numero di fiammiferi che non era riuscita a vendere a nessuno perché le strade erano deserte. Per la piccola venditrice era stata una brutta giornata e le sue tasche erano vuote. La bambina aveva molta fame e molto freddo. Sui suoi lunghi capelli biondi cadevano fiocchi di neve mentre tutte le finestre erano illuminate e i profumi degli arrosti si diffondevano nella strada; era l’ultimo giorno dell’anno e lei non pensava ad altro! Si sedette in un angolo, fra due case. Il freddo l’assaliva sempre più. Non osava ritornarsene a casa senza un soldo, perché il padre l’avrebbe picchiata. Per riscaldarsi le dita congelate, prese un fiammifero dalla scatola e crac! Lo strofinò contro il muro. Si accese una fiamma calda e brillante. Si accese una luce bizzarra, alla bambina sembrò di vedere una stufa di rame luccicante nella quale bruciavano alcuni ceppi. Avvicinò i suoi piedini al fuoco… ma la fiamma si spense e la stufa scomparve.
La bambina accese un secondo fiammifero: questa volta la luce fu così intensa che poté immaginare nella casa vicina una tavola ricoperta da una bianca tovaglia sulla quale erano sistemati piatti deliziosi, decorati graziosamente. Un’oca arrosto le strizzò l’occhio e subito si diresse verso di lei. La bambina le tese le mani… ma la visione scomparve quando si spense il fiammifero. Giunse così la notte. “Ancora uno!” disse la bambina. Crac! Appena acceso, s’immaginò di essere vicina ad un albero di Natale. Era ancora più bello di quello che aveva visto l’anno prima nella vetrina di un negozio. Mille candeline brillavano sui suoi rami, illuminando giocattoli meravigliosi. Volle afferrarli… il fiammifero si spense… le fiammelle sembrarono salire in cielo… ma in realtà erano le stelle. Una di loro cadde, tracciando una lunga scia nella notte. La bambina pensò allora alla nonna, che amava tanto, ma che era morta. La vecchia nonna le aveva detto spesso: “Quando cade una stella, c’è un’anima che sale in cielo”. La bambina prese un altro fiammifero e lo strofinò sul muro: nella luce le sembrò di vedere la nonna con un lungo grembiule sulla gonna e uno scialle frangiato sulle spalle. Le sorrise con dolcezza. “Nonna!” gridò la bambina tendendole le braccia, “portami con te! So che quando il fiammifero si spegnerà anche tu sparirai come la stufa di rame, l’oca arrostita e il bell’albero di Natale”.
La bambina allora accese rapidamente i fiammiferi di un’altra scatoletta, uno dopo l’altro, perché voleva continuare a vedere la nonna. I fiammiferi diffusero una luce più intensa di quella del giorno: “Vieni!” disse la nonna, prendendo la bambina fra le braccia e volarono via insieme nel gran bagliore. Erano così leggere che arrivarono velocemente in Paradiso; là dove non fa freddo e non si soffre la fame! Al mattino del primo giorno dell’anno nuovo, i primi passanti scoprirono il corpicino senza vita della bambina. Pensarono che la piccola avesse voluto riscaldarsi con la debole fiamma dei fiammiferi le cui scatole erano per terra. Non potevano sapere che la nonna era venuta a cercarla per portarla in cielo con lei. Nessuno di loro era degno di conoscere un simile segreto!

[Hans Christian Andersen]

 

Il gatto con gli stivali

C’era una volta un pover’uomo che morendo lasciò in eredità ai suoi figli gli unici beni che aveva:
al maggiore il mulino, al medio l’asino e al terzo un gatto
“Morirò di fame!” disse il terzo figlio.
“Non ti preoccupare”, rispose il gatto, “comprami un paio di stivali e un sacco e poi vedremo”.
Il ragazzo accettò ,e non appena il gatto ebbe ciò che aveva chiesto, andò in una conigliera e acchiappò un coniglio.
Poi andò dal Re :
“Questo coniglio è un dono del mio padrone, il Marchese di Carabà ( questo era il nome che il gatto aveva scelto per il suo padrone)”.
E così ogni tanto catturava pernici o conigli e li regalava al Re a nome del suo padrone.
Un giorno seppe che il Re sarebbe andato a fare una passeggiata nel bosco con la principessa che ovviamente era la più bella principessa del mondo.
Così spiegò al suo padrone il piano e lui, come sempre ubbidì. Mentre faceva il bagno fece finta di affogare, il Re vedendo il gatto che ben conosceva per i plurimi doni, ordinò alle sue guardie di aiutare il marchese.
Mentre lo tiravano fuori dall’acqua, il gatto si avvicinò alla carrozza e disse al Re che due ladri erano venuti ed avevano portato via i vestiti del marchese che aveva nascosto sotto una grande pietra.
Il Re ordinò subito agli ufficiali della guardaroba di andare a prendere il più sfarzoso vestito che ci fosse. La principessa vedendo quel bel giovane così ben vestito se ne innamorò e lo pregò di continuare la passeggiata con loro.
Il gatto, che precedeva il corteo, arrivò ad un bel castello il cui padrone era un ricco orco.
Si presentò al suo cospetto e gli disse:
“So che puoi trasformarti in qualsiasi animale!”
L’orco, un essere molto vanitoso, cominciò a trasformarsi in leone in capra e in cervo.
Il gatto assai furbo allora gli disse:
“Ma tu sei capace di trasformarti anche in topo?”
E così fece , il gatto quindi con un balzo catturò il topo e se lo mangiò.
Proprio in quel mentre arrivò il Re :
“Benvenuto nel castello del marchese di Carabà!” disse il gatto.
Il Re colpito dalla bravura e generosità del marchese gli chiese se voleva prendere la mano di sua figlia, e ovviamente il marchese accetò di buon grado.
Il gatto così diventò gran signore, e continuò a dar la caccia ai topi solo come passatempo.

[Fratelli Grimm]

Quercetti Peg Brite: chiodini luminosi

Vi ho già parlato di uno dei miei giocattoli preferiti, che mi ha accompagnato per interi pomeriggi da bambino: i chiodini Quercetti. Non è stato solo il mio compagno di giochi ma di tantissimi bambini intorno al mondo, regalandoci ore di divertimento, di creatività e di fantasia.
Potete trovare qui l’articolo in cui vi racconto gli oltre 60 anni di storia del chiodino e della Quercetti, l’azienda dal cuore tutto Italiano (Torinese, se vogliamo essere più precisi).

MOSAICO DI LUCE

Peg Brite (adatto dai 3 anni in su) è arrivato sul mercato come una colorata novità, introducendo al classico gioco dei chiodini la retroilluminazione del pannello traforato trasformandolo così in una bellissima lampada per la cameretta dei bambini.
L’approccio al giocattolo è il medesimo della versione più tradizionale: tanti chiodini colorati che permettono di realizzare splendidi mosaici in piena libertà e trascinati dalla fantasia. I chiodini, a forma di simpaticissime piccole lampadine, sono realizzati con un particolare materiale cristallino che gli donano lucentezza e produce bellissimi riflessi di luce anche se Peg Brite è spento. La loro forma li rende particolarmente facili da inserire e togliere dal pannello; un’ottima attività per la motricità fine del bambino.
Quercetti ha posto particolarmente attenzione al design e alla tecnologia di Peg Brite: i bordi sono arrotondati per facilitare la presa garantendo però uno stile attraente e di tendenza; lo schermo piatto è completamente nero e ciò crea un forte contrasto con i chiodini colorati, soprattutto quando Peg Brite è acceso; la luce è generata da un circuito elettronico dotato di led di ultima generazione molto luminosi e dal consumo energetico molto basso.
All’interno della confezione, come sempre di ottima fattura e studiata nei minimi particolari, troviamo, oltre ovviamente alla lavagnetta e i chiodini, il cestino porta chiodini per mantenere sempre tutto in ordine e pronto al gioco e un album con 12 esempi per permetterci di prendere familiarità con il prodotto.
Piccola nota stonata è l’assenza della possibilità di collegarlo alla corrente elettrica, infatti nel retro della lavagnetta è presente solamente l’alloggiamento per le 3 pile di tipo AA (non incluse nella confezione).

GIUDIZIO

Inutile nascondere la mia passione per Quercetti e per i suoi giocattoli educativi tutti completamente fatti in Italia. Peg Brite conferisce l’effetto “wow” al gioco dei chiodini illuminando le creazioni dei bambini che possono addormentarsi nelle loro camerette osservando il disegno da loro realizzato.

DOVE TROVARLI E ACQUISTARLI

Potete trovare e provare Peg Brite e i prodotti della Quercetti all’interno del mio negozio.

Cappuccetto Rosso

C’era una volta una dolce bimba; solo a vederla le volevan tutti bene, specialmente la nonna che non sapeva più che cosa regalarle. Una volta le regalò un cappuccetto di velluto rosso, e poiché‚ le donava tanto, e non voleva portare altro, la chiamarono sempre Cappuccetto Rosso. Un giorno sua madre le disse: “Vieni, Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà. Sii gentile, salutala per me, e và da brava senza uscire di strada, se no cadi, rompi la bottiglia e la nonna resta a mani vuote.”

“Sì, farò tutto per bene,” promise Cappuccetto Rosso alla mamma, e le diede la mano. Ma la nonna abitava fuori, nel bosco, a una mezz’ora dal villaggio. Quando Cappuccetto Rosso giunse nel bosco, incontrò il lupo, ma non sapeva che fosse una bestia tanto cattiva e non ebbe paura. “Buon giorno, Cappuccetto Rosso,” disse questo. “Grazie, lupo.” – “Dove vai così presto, Cappuccetto Rosso?” – “Dalla nonna.” – “Che cos’hai sotto il grembiule?” – “Vino e focaccia per la nonna debole e vecchia; ieri abbiamo cotto il pane, così la rinforzerà!” – “Dove abita la tua nonna, Cappuccetto Rosso?” – “A un buon quarto d’ora da qui, nel bosco, sotto le tre grosse querce; là c’è la sua casa, è sotto la macchia di noccioli, lo saprai già,” disse Cappuccetto Rosso. Il lupo pensò fra sè: “Questa bimba tenerella è un buon boccone prelibato per te, devi far in modo di acchiapparla”. Fece un pezzetto di strada con Cappuccetto Rosso, poi disse: “Guarda un po’ quanti bei fiori ci sono nel bosco, Cappuccetto Rosso; perché‚ non ti guardi attorno? Credo che tu non senta neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne stai tutta seria come se andassi a scuola, ed è così allegro nel bosco!”

Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e quando vide i raggi del sole filtrare attraverso gli alberi, e tutto intorno pieno di bei fiori, pensò: Se porto alla nonna un mazzo di fiori, le farà piacere. Corse così nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno ancora più bello, correva lì e così si addentrava sempre più nel bosco. Il lupo invece andò dritto alla casa della nonna e bussò alla porta. “Chi è?” – “Cappuccetto Rosso, ti porto vino e focaccia; aprimi.” – “La porta è aperta” gridò la nonna, “io sono troppo debole e non posso alzarmi.” Il lupo entrò in casa, e con un balzo andò dritto al letto della nonna e la inghiottì. Poi indossò i suoi vestiti e la cuffia, si coricò nel letto.

Cappuccetto Rosso intanto aveva girato in cerca di fiori, e quando ne ebbe raccolti tanti che più non ne poteva portare, si ricordò della nonna e si mise in cammino per andare da lei. Quando giunse si meravigliò che la porta fosse spalancata, ed entrando nella stanza ebbe un’impressione così strana che pensò: “Oh, Dio mio, che paura oggi! e dire che di solito sto così volentieri con la nonna!” Allora si avvicinò al letto: la nonna era coricata con la cuffia abbassata sulla faccia, e aveva un aspetto strano. “Oh, nonna, che orecchie grandi che hai!” – “Per sentirti meglio.” – “Oh, nonna, che occhi grossi che hai!” – “Per vederti meglio.” – “Oh, nonna, che mani grandi che hai!” – “Per afferrarti meglio.” – “Ma, nonna, che bocca spaventosa che hai!” – “Per divorarti meglio!” E come ebbe detto queste parole, il lupo balzò dal letto e ingoiò la povera Cappuccetto Rosso.

Poi, con la pancia bella piena, si rimise a letto, s’addormentò e incominciò a russare sonoramente. Proprio allora passò lì davanti il cacciatore e pensò fra sè: “Come russa la nonna! chiediamo se ha bisogno di qualcosa.” Entrò nella stanza e avvicinandosi al letto vide il lupo che cercava da tempo. Stava per puntare lo schioppo quando gli venne in mente che forse il lupo aveva ingoiato la nonna e che poteva ancora salvarla. Così non sparò, ma prese un paio di forbici e aprì la pancia del lupo addormentato. Dopo due tagli vide brillare il cappuccetto rosso, e dopo altri due la bambina saltò fuori gridando: “Che paura ho avuto! Era così buio nella pancia del lupo!” Poi venne fuori anche la nonna ancora viva. E Cappuccetto Rosso andò prendere dei gran pietroni con cui riempirono la pancia del lupo; quando egli si svegliò fece per correr via, ma le pietre erano così pesanti che subito cadde a terra e morì.

Erano contenti tutti e tre: il cacciatore prese la pelle del lupo, la nonna mangiò la focaccia e bevve il vino che le aveva portato Cappuccetto Rosso e Cappuccetto Rosso pensava fra sé: “Mai più correrai sola nel bosco, lontano dal sentiero, quando la mamma te lo ha proibito.”

[Fratelli Grimm]

 

Com'è cambiato il mio rapporto con i bambini

Uno degli aspetti che maggiormente mi preoccupavano all’inizio della mia avventura era la mia totale incapacità di comunicare con quei piccoli bipedi che sarebbero entrati nel mio negozio. Ho sempre faticato a trovare un punto di contatto, di rapportarmi con loro e di creare un dialogo sia parlato che di gioco.
Devo essere sincero, la cosa mi impensieriva alquanto visto che di lì a poco avrei avuto a che fare con loro giornalmente e cercare di instaurare un’intesa sarebbe stato fondamentale nel mio lavoro per capire maggiormente che tipo di gioco avrei potuto proporre.
Neanche la presenza nella mia vita di mio nipote Simone aveva fatto il miracolo, rendendomi uno zio alquanto noioso e distratto. Non fraintendetemi, non ero e non sono burbero e cercavo di ricoprire il mio ruolo di zio al meglio impegnandomi al massimo. Ma semplicemente non ci sapevo fare e questo mi portava a dargli poche attenzioni e le nostre sessioni di gioco duravano molto molto poco, non perché non volessi o non ci provassi.
Ma non mi persi d’animo, presi tutti i miei dubbi, li sommai  alle preoccupazioni legati all’aprire un’attività tutta mia, li misi da parte e con una grandissima dose di coraggio mi lanciai. Ho dedicato un articolo al mio personale salto nel vuoto e a tutte le paure che giornalmente mi accompagnano definendo tale stato la La solitudine dell’imprenditore.
Sul “campo” però mi sono reso conto che per necessità l’animo umano si adegua a tutto e riesce a recuperare forze e attitudini che neanche noi immaginiamo di possedere.
Così mi trovai per forza di cose a dover interagire con loro, studiandoli e soprattutto studiandomi, cercando di volta in volta di modificare il mio approccio per valutare ciò che funzionava meglio e ciò che invece era meglio non replicare. Acquistai fiducia nelle mie capacità e realizzai che quelle personcine così bassine non sono poi così difficili da capire e da trattare, forse solo un po’ diffidenti e timide all’inizio. Bisogna cercare la chiave per superare la prima barriera che li circonda, il resto viene da se.
Giorno dopo giorno migliorai me stesso e il modo di propormi a loro scoprendo un aspetto del mio carattere a me sconosciuto: sapevo comunicare con i bambini!
Mi accorsi che trascorrere il tempo con i bimbi, stava liberando il lato fanciullo che è in me portandomi al loro stesso piano rendendo tutto molto più facile.
Loro con me si divertono, chiacchieriamo tanto e giochiamo molto insieme. Mi capita di passare pomeriggi interi qui in negozio a parlare seduti al tavolino nell’area gioco provando qualche giocattolo nuovo e disegnando. Ci sono tanti piccoli nuovi amici che passano solo per farmi un saluto e raccontarmi cosa gli è successo nella giornata passata a scuola, tutto ciò mi riempie il cuore di enorme felicità. Lo considero un successo personale di altissimo valore.
Anche il rapporto con mio nipote è notevolmente migliorato. Ora infatti chiacchieriamo, giochiamo, andiamo insieme al cinema e condividiamo tanto tempo insieme come mai fatto prima.
Sento di essere uno zio migliore.
Nonostante tutte le paure, le ansie e le preoccupazioni con le quali condivido le mie giornate, sono sicuro che l’avventura intrapresa sia la più giusta per me e tutto ciò non farà altro che accrescere la mia persona.

I vestiti nuovi dell'imperatore

Molti anni fa viveva un imperatore che amava tanto avere sempre bellissimi vestiti nuovi da usare tanto da spendere tutto il suo denaro soltanto per vestirsi con eleganza. Non aveva nessuna cura per i suoi soldati, né per il teatro o le passeggiate nei boschi, a meno che non si trattasse di sfoggiare i suoi vestiti nuovi: possedeva un vestito per ogni ora del giorno, e mentre di solito di un re si dice: “È nella sala del Consiglio”, di lui si diceva soltanto: “È nello spogliatoio”.

Nella grande città che era la capitale del suo regno, c’era sempre da divertirsi: ogni giorno arrivavano forestieri, e una volta vennero anche due truffatori. Essi dicevano di essere due tessitori e di saper tessere la stoffa più incredibile mai vista. Non solo i disegni e i colori erano meravigliosi, ma gli abiti prodotti con quella stoffa avevano un curioso potere: essi diventavano invisibili agli occhi degli uomini che non erano all’altezza della loro carica, o che erano semplicemente molto stupidi.
“Quelli sì che sarebbero degli abiti meravigliosi!”, pensò l’imperatore: con quelli indosso, io potrei riconoscere gli incapaci che lavorano nel mio impero, e saprei distinguere gli stupidi dagli intelligenti! Devo avere subito quella stoffa!”. Pagò i due truffatori affinché essi si mettessero al lavoro.

Questi montarono due telai e fecero finta di lavorare, ma non avevano proprio nulla sul telaio. Senza scrupoli chiesero la seta più bella e l’oro più prezioso, ne riempirono le borse e lavorarono con i telai vuoti fino a notte tarda.
“Mi piacerebbe sapere come proseguono i lavori per la stoffa” pensò l’imperatore, ma in verità si sentiva un po’ agitato al pensiero che gli stupidi o chi non era adatto al suo incarico non potesse vedere la stoffa. Naturalmente non temeva per se stesso; tuttavia preferì mandare prima un altro a vedere come le cose proseguivano.
Nel frattempo tutti gli abitanti della città avevano saputo delle incredibili virtù di quella stoffa, e non vedevano l’ora di vedere quanto stupido o incompetente fosse il proprio vicino.
“Manderò dai tessitori il mio vecchio e fidato ministro”, decise l’imperatore, “nessuno meglio di lui potrà vedere che aspetto ha quella stoffa, perché è intelligente e nessuno più di lui è all’altezza del proprio compito”.
Così quel vecchio e fidato ministro si recò nella stanza dove i due tessitori stavano tessendo sui telai vuoti. “Santo cielo!”, pensò, spalancando gli occhi, “Non vedo assolutamente niente!”.

I due tessitori gli chiesero di avvicinarsi, e gli domandarono se il disegno e i colori erano di suo gradimento, sempre indicando il telaio vuoto: il povero ministro continuava a sgranare gli occhi, ma senza riuscire a vedere niente, anche perché non c’era proprio niente.
“Povero me”, pensava intanto, “ma allora sono uno stupido? Non l’avrei mai detto! Ma è meglio che nessun altro lo sappia! O magari non sono degno della mia carica di ministro? No, in tutti casi non posso far sapere che non riesco a vedere la stoffa!”
“E allora, cosa ne dice”, chiese uno dei tessitori.
“Belli, bellissimi!”, disse il vecchio ministro, guardando da dietro gli occhiali. “Che disegni! Che colori! Mi piacciono moltissimo, e lo dirò all’imperatore.”
“Ah, bene, ne siamo felici”, risposero quei due, e quindi si misero a discutere sulla quantità dei colori e a spiegare le particolarità del disegno. Il vecchio ministro ascoltò tutto molto attentamente, per poterlo ripetere fedelmente quando sarebbe tornato dall’imperatore; e così fece.
Gli imbroglioni richiesero altri soldi, seta e oro, necessari per tessere. Ma si misero tutto in tasca; sul telaio non giunse mai nulla, neanche un filo, e loro continuarono a tessere sui telai vuoti.
Dopo un po’ di tempo l’imperatore inviò un altro funzionario, assai valente, a vedere come procedevano i lavori. A lui successe quello che era capitato al ministro; guardò con attenzione, ma non c’era nulla da vedere se non i telai vuoti, e difatti non vide nulla.
«Non è una bella stoffa?» chiesero i due truffatori, spiegando e mostrando il bel disegno che non c’era affatto.
“Io non sono uno stupido!”, pensava il valente funzionario. “Forse che non sono all’altezza della mia carica! Davvero strano! Meglio che nessuno se ne accorga!” E così iniziò anche lui a lodare il tessuto che non riusciva a vedere, e parlò di quanto gli piacessero quei colori, e quei disegni così graziosi. “Sì, è davvero la stoffa più bella del mondo”, disse poi all’imperatore.

Tutti in città parlavano di quella magnifica stoffa. Infine anche l’imperatore volle andare a vederla, mentre era ancora sul telaio. Si fece accompagnare dalla sua scorta d’onore, nella quale c’erano anche i due ministri che erano già stati a vederla, e si recò dai due astuti imbroglioni, che continuavano a tessere e a tessere… un filo che non c’era.
“Non è forse magnifique?”, dicevano in coro i due funzionari; “Che disegni, Sua Maestà! Che colori!”, e intanto indicavano il telaio vuoto, perché erano sicuri che gli altri ci vedessero sopra la stoffa.
“Ma cosa sta succedendo?”, pensò l’imperatore, “non vedo proprio nulla! Terribile! Che io sia stupido? O magari non sono degno di fare l’imperatore? Questo è il peggio che mi potesse capitare!”
“Ma è bellissimo”, intanto diceva. “Avete tutta la mia ammirazione!”, e annuiva soddisfatto, mentre fissava il telaio vuoto: mica poteva dire che non vedeva niente! Tutti quelli che lo accompagnavano guardavano, guardavano, ma per quanto potessero guardare, la sostanza non cambiava: eppure anch’essi ripeterono le parole dell’imperatore: “Bellissimo!”, e gli suggerirono di farsi fare un abito nuovo con quella stoffa, per l’imminente parata di corte.
“Magnifique! Excellent!”, non facevano che ripetere, ed erano tutti molto felici di dire cose del genere.
L’imperatore consegnò ai due imbroglioni la Croce di Cavaliere da tenere appesa al petto, e li nominò Grandi Tessitori.
Per tutta la notte prima della parata di corte, quei due rimasero alzati con più di sedici candele accese, di modo che tutti potessero vedere quanto era difficile confezionare i nuovi abiti dell’imperatore. Quindi fecero finta di staccare la stoffa dal telaio, e poi con due forbicioni tagliarono l’aria, cucirono con un ago senza filo, e dissero, finalmente: “Ecco i vestiti, sono pronti!”
Venne allora l’imperatore in persona, coi suoi più illustri cavalieri, e i due truffatori, tenendo il braccio alzato come per reggere qualcosa, gli dissero: “Ecco qui i pantaloni, ecco la giacchetta, ecco la mantellina…” eccetera. “Che stoffa! È leggera come una tela di ragno! Sembra quasi di non avere indosso nulla, ma è questo appunto il suo pregio!”
“Già”, dissero tutti i cavalieri, anche se non vedevano niente, perché non c’era niente da vedere.
“E ora”, dissero i due imbroglioni, se Sua Maestà Imperiale vorrà degnarsi di spogliarsi, noi lo aiuteremo a indossare questi abiti nuovi proprio qui di fronte allo specchio!”

L’imperatore si spogliò, e i due truffatori finsero di porgergli, uno per uno, tutti i vestiti che, a detta loro, dovevano essere completati: lo presero per la vita come se gli dovessero legare qualcosa ben stretto, era lo strascico, e l’imperatore si rigirava davanti allo specchio.
“Come sta bene! Questi vestiti lo fanno sembrare più bello!”, tutti dicevano. “Che disegno! Che colori! Che vestito incredibile!”
“Stanno arrivando i portatori col baldacchino che starà sopra la testa del re durante il corteo!”, disse il Gran Maestro del Cerimoniale.
“Sono pronto”, disse l’imperatore. “Sto proprio bene, non è vero?” E ancora una volta si rigirò davanti allo specchio, facendo finta di osservare il suo vestito.

I ciambellani che erano incaricati di reggere lo strascico finsero di raccoglierlo per terra, e poi si mossero tastando l’aria: mica potevano far capire che non vedevano niente.
Così l’imperatore marciò alla testa del corteo, sotto il grande baldacchino, e la gente per la strada e alle finestre non faceva che ripetere: “Dio mio, quanto sono belli gli abiti nuovi dell’imperatore! Gli stanno proprio bene!”
Nessuno voleva confessare di non vedere niente, per paura di passare per uno stupido, o un incompetente. Tra i tanti abiti dell’imperatore, nessuno aveva riscosso tanto successo.
“Ma l’imperatore non ha nulla addosso!”, disse a un certo punto un bambino.
“Santo cielo”, disse il padre, “Questa è la voce dell’innocenza!”. Così tutti si misero a sussurrare quello che aveva appena detto il bambino.
“Non ha nulla indosso! C’è un bambino che dice che non ha nulla indosso!”
“Non ha proprio nulla indosso!”, si misero tutti a urlare alla fine. E l’imperatore rabbrividì, perché sapeva che avevano ragione; ma intanto pensava: “Ormai devo condurre questa parata fino alla fine!”, e così si drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo seguivano reggendo uno strascico che non c’era.

[Hans Christian Andersen]