Abbasso il nove

Uno scolaro faceva le divisioni:
“Il tre nel tredici sta quattro volte con l’avanzo di uno.
Scrivo quattro al quoto. Tre per quattro dodici, al tredici uno. Abbasso il nove…”
“Ah no,” gridò a questo punto il nove.
“Come?” domandò lo scolaro.
“Tu ce l’hai con me: perché hai gridato «abbasso il nove?» Che cosa ti ho fatto di male? Sono forse un nemico pubblico?”
“Ma io…”
“Ah lo immaginavo bene, avrai la scusa pronta. Ma a me non mi va giù
lo stesso. Grida «abbasso il brodo di dadi», «abbasso lo sceriffo», e magari anche
«abbasso l’aria fritta», ma perché proprio «abbasso il nove»?”
“Scusi. ma veramente…”
“Non interrompere, è cattiva educazione. Sono una semplice cifra, e qualsiasi numero di due cifre mi può mangiare il risotto in testa, ma anch’io ho la mia dignità e voglio essere rispettato.
Prima di tutto dai bambini che hanno ancora il moccio al naso. Insomma, abbassa il tuo naso, abbassa gli avvolgibili, ma lasciami stare.”
Confuso e, intimidito, lo scolaro non abbassò il nove, sbagliò la divisione e si prese un brutto voto. Eh, qualche volta non è proprio il caso di essere troppo delicati.

[Gianni Rodari]

 

La tartaruga parlante

C’era una volta un’anziana signora, che aveva due figli. Il primo aveva fatto fortuna ed era ricchissimo, ma non aveva mai dato il minimo aiuto alla madre o al fratello; il secondo, invece, era povero e senza lavoro, ma era sempre stato vicino alla madre e la aiutava con le faccende di casa. Arrivò il Capodanno. Madre e figlio erano così poveri che non avevano nulla da mangiare per cena. Così, il fratello minore, si offrì di andare a cercare qualcosa da mettere sotto i denti. Si mise sulla spiaggia e cercò di pescare qualcosa, ma non riuscì a prendere nulla. Stava per tornare a casa a mani vuote, quando dal mare uscì una tartaruga.
“Che fortuna!” pensò il ragazzo “Questa sera mangeremo un delizioso brodo di tartaruga”. Stava per colpire l’animale con un sasso quando la tartaruga, con un filo di voce, lo supplicò: “Non uccidermi! Sono così povera e sfortunata; non ho niente da mangiare e sto morendo di fame. Aiutami”.
Il ragazzo, alquanto sorpreso, risparmiò la vita alla tartaruga e la prese con sé. Poi, corse dal fratello maggiore, che gli aprì la porta di casa controvoglia.
“Cosa vuoi? Non ho niente da darti” gli disse il fratello.
“Ma no” rispose l’altro “ho trovato una tartaruga parlante e volevo portarti a vederla”.
“Che sciocchezza, non esistono animali parlanti!”
“Fidati di me e seguimi”.
“Niente affatto; sei un bugiardo oltre che uno sciocco”.
A questo punto, il fratello minore propose all’altro una scommessa: se avesse avuto ragione, avrebbe preso tutte le sue ricchezze. In caso contrario, sarebbe diventato uno dei servi del fratello. Così i due andarono dietro un cespuglio, dove la tartaruga si lamentava:
“Ah povera me! Non ho niente da mangiare, come farò mai?”
“Visto?” disse il fratello minore meravigliato. E così, secondo i patti, il maggiore dovette cedere tutti i suoi averi.
Tuttavia, grazie alla sua furbizia, il maggiore in poco tempo recuperò la fortuna persa. Poi, andò dal fratello e gli chiese la tartaruga parlante; infatti, aveva escogitato un trucco per guadagnare un’immensa fortuna. Con la tartaruga sottobraccio, si recò da un nobile della sua regione e gli propose una scommessa: se riuscirò a far parlare questa tartaruga, mi darai un carro traboccante d’oro e di gemme; in caso contrario, ti darò tutti i miei averi.
Questa volta, però, la tartaruga non proferì parola e rimase muta tutto il giorno. Così, il fratello maggiore perse tutto per la seconda volta. Infuriato, uccise la tartaruga. Quando se ne accorse, il fratello minore la volle riportare a casa e la seppellì in giardino, con tutti gli onori. In quel punto, nacque un bambù, così grande che ci sarebbero voluti tre uomini per abbatterlo.
Un giorno, il fratello minore decise di tagliarlo e rivenderlo; tuttavia, quando tagliò la prima sezione, uscirono fuori monete d’oro, in quantità da fare invidia a un nobile. Dalla seconda sezione uscì una montagna di riso pregiato; dalla terza sezione, infine, uscirono fuori cascate di diamanti, rubini e ogni sorta di gemma preziosa. Il ragazzo, grazie alla gratitudine della tartaruga, divenne l’uomo più ricco del paese e usò le sue ricchezze non solo per sé e per sua madre, ma fece molte opere di bene. Il fratello maggiore era pieno d’invidia. Una notte s’intrufolò nella casa e si mise a tagliare il bambù: dalla prima sezione uscì sterco di cavallo fumante, dalla seconda sezione del fango avvelenato; dalla terza, infine, un nugolo d’insetti che cominciò a morderlo e pungerlo finché non corse via.
Quando il fratello minore ascoltò le disavventure del fratello, gli disse: “Fratello mio, la vita è stata amara con te, perché tu sei stato amaro con tutti noi. Ad ogni modo, ho accumulato così tante ricchezze che voglio restituirti la tua casa”. E così fece.

[Fiaba della tradizione giapponese]

 

Il soldatino di piombo

Mamma, guarda come sono belli! – Esclamò il bambino saltellando dalla gioia.
Il coperchio della scatola di legno, aperto con impazienza, fece ammirare una ventina di soldatini di piombo allineati come in una parata.
Le uniformi rosso fiammante davano ai piccoli militari un fiero portamento: giacche scarlatte, pantaloni blu scuro, copricapi neri con piume rosse e bianche.
Ognuno portava con fierezza il suo fucile.
Il bambino li prese uno ad uno e li mise sul tavolo, guardandoli meravigliato.
L’ultimo gli sembrò molto curioso: rimaneva perfettamente diritto, magnifico come il resto della truppa… ma aveva una gamba sola!
Malgrado questo difetto, o forse proprio per questo, aveva uno sguardo più fiero, più audace degli altri.
Subito, il ragazzino lo prese in simpatia e divenne il suo soldatino preferito.
Sulla tavola si trovava anche un castello di carta con il tetto d’ardesia, le mura di pietra con i riflessi dorati, la scala con le ringhiere in ferro, questo castello assomigliava ad un maniero feudale.
Era in mezzo ad un parco verdeggiante ricco di alberi e piante multicolori.
Due cigni bianchissimi navigavano maestosamente in un lago di carta argentata.
Ma la cosa più interessante era una graziosa ragazza che stava sulla porta d’entrata: i biondi capelli raccolti in trecce, gli occhi limpidi come l’acqua del lago, il sorriso dolce e attraente, la rendevano la più bella delle ballerine.
Un vestito etereo, stretto in vita, la faceva sembrare ancora più delicata e fragile.
Con le braccia alzate sopra la testa, rimaneva in perfetto equilibrio sulla punta di un piede.
L’altra gamba, tesa in aria, era in parte nascosta dall’ampia gonna.
Dopo essere uscito dalla scatola, il soldato, attratto dalla bellezza della ballerina, non smise di guardarla nemmeno un attimo.
Egli credeva che avesse una sola gamba come lui e questa supposta infermità rinforzava il suo amore appena nato.
Cercò allora di conoscerla e decise di andarle a far visita appena fosse venuta sera.
Per far ciò, era indispensabile che il bambino si dimenticasse di allinearlo nella scatola.
Il soldatino si lasciò scivolare dietro ad un cofanetto e lì rimase sdraiato ed immobile.
Come previsto, il bambino rimise i suoi soldati nella scatola dimenticandosi del nostro eroe!
Venuta la sera, il silenzio invase la casa. Tutti i suoi abitanti dormivano tranquillamente ad eccezione dei giocattoli.
Nella penombra, incominciò una folle scorribanda: i palloni giocarono ai quattro cantoni, gli animali di peluche fecero alcune piroette e i soldatini di piombo sfilarono al suono del tamburo di un clown variopinto.
In mezzo a tutta questa agitazione, rimanevano tranquilli solo la ballerina di carta nella sua posa acrobatica, e il soldatino di piombo che, nascosto dal cofanetto, continuava a fissarla.
Malgrado la sua aria marziale e la sua prestanza, era timido e ritardava di minuto in minuto il momento dell’approccio.
Questi momenti di esitazione gli furono fatali! Tutto preso dalla contemplazione della ballerina, il soldato di piombo non si accorse di un losco figuro, uno gnomo nero e gobbo come un diavoletto.
Innamorato follemente della ragazza, vedeva nel soldatino un rivale pericoloso, giovane e bello.
Cieco d’invidia, lo chiamò più volte, ma il giovane militare non lo ascoltò neppure.
Allora lo gnomo lo fulminò con gli occhi e lo minacciò:
“Tu mi ignori! Ma ti accorgerai di me ben presto!”
Il mattino seguente il bambino si accorse che il soldatino di piombo era rimasto nascosto dietro al cofanetto; lo prese e lo posò sul davanzale della finestra.
Immediatamente, un malaugurato soffio di vento, o forse il soffio vendicatore del rivale, lo fece cadere nel vuoto.
Girando su sé stesso, la testa in basso e i piedi in alto, cadde vertiginosamente.
Non potendo chiudere gli occhi, vide avvicinarsi spaventosamente il terreno.
Quando toccò il suolo, la sua baionetta, con la violenza del colpo, si infisse nell’asfalto e così restò, capovolto.
Il bambino si precipitò in strada per cercarlo, ma le carrozze e i passanti lo nascosero ai suoi occhi.
Disperato, ritornò a casa, piangendo la perdita del suo soldatino preferito.
Improvvisamente cominciò a cadere una violenta pioggia estiva.
In un attimo si formarono rivoli di acqua che inondarono gli scarichi che portano alle fogne.
Due sfaccendati videro il soldatino di piombo ed ebbero la curiosa idea di metterlo in una barchetta di carta che stavano costruendo.
Poi deposero l’imbarcazione sull’acqua.
Sballottato, il fragile scafo fu rapidamente preso dalla corrente turbolenta e scomparve in un gorgo buio. Il soldatino, convinto che il responsabile delle sue disavventure fosse lo gnomo, pensò che fosse giunta la sua ultima ora.
Passò momenti interminabili nell’oscurità, bagnato dagli spruzzi dell’acqua agitata.
Nessun dubbio! Navigava nelle fogne. Infine vide la luce del sole in lontananza.
La luce si fece sempre più forte e divenne un grande orifizio aperto sulla campagna e la libertà.
“Uff! Sono sano e salvo, sono scampato all’inferno” pensò il soldatino sospirando con sollievo.
Invece i suoi dispiaceri non erano finiti: un’enorme topo di fogna dall’aria feroce, bloccava l’uscita.
I suoi occhi acuti avevano notato il naufrago che stava cercando una via d’uscita.
La corrente era così forte che il topo, malgrado le sue cattive intenzioni, non poté prenderlo e con rabbia in cuore lo vide allontanarsi.
Dopo l’ultimo scampato pericolo, la barchetta di carta continuò il suo viaggio attraverso i prati e i campi. Il corso d’acqua s’allargò diventando un ruscello.
In piedi sull’imbarcazione, il soldatino di piombo osservava i fiori che ornavano le rive tranquille.
Dopo questa momentanea calma, i flutti tornarono ad essere violenti, il ruscello si trasformò in una cascata che si riversava in un lago.
Presa da queste correnti, la barca non riuscì a resistere e si capovolse. Il soldatino di piombo colò a picco. Addio graziosa ballerina!
Un enorme pesce che girovagava lo prese per una preda di cui era molto goloso, in un solo boccone lo afferrò e lo inghiotti tutto intero.
Per il soldatino di piombo ci fu di nuovo l’oscurità. Poco dopo, il pesce venne catturato dalla rete di un pescatore del mercato.
Il caso volle che il pesce fosse proprio comprato dalla cuoca al servizio dei genitori del bambino.
Aprendo il ventre dell’animale per pulirlo, fu meravigliata di trovarci il soldatino perduto.
Lo mise sul tavolo, vicino al castello di cartone.
La ballerina gli mandò un sorriso così dolce da cui capì che anche lei lo amava.
Che felicità dopo tante peripezie!
Ma lo gnomo non aveva ancora rinunciato alla sua vendetta. Malgrado i suoi sortilegi, infatti, i due giovani si amavano. Per farla finita suggerì al bambino di sbarazzarsi del soldatino con una sola gamba che rovinava la sua collezione. L’ingrato, dimenticandosi del suo preferito, lo gettò nel caminetto.
Il soldatino si sciolse rapidamente per il calore, ma la testa, ancora intatta, continuava con gli occhi tristi bagnati di lacrime di piombo, a fissare la ballerina. All’improvviso s’aprì violentemente la porta, una corrente d’aria invase la stanza scaraventando il castello di carta sulle braci ardenti.
Nello stesso istante prese fuoco e bruciò. Il giorno seguente, facendo le pulizie di casa, qualcuno mescolò le ceneri, ignorando, contrariamente alle intenzioni del diavoletto, di unire per l’eternità il soldatino di piombo e la ballerina di carta.
A meno che il vento non disperda il piccolo mucchio di polvere grigia!

[Hans Christian Andersen]

 

Penna e calamaio

Nella camera di un poeta, guardando il suo calamaio sul tavolino, qualcuno disse: “È strano quante cose possono uscire da questo calamaio! Che cosa ne uscirà la prossima volta? Sì, è proprio strano!”.
“È vero” commentò il calamaio “è incomprensibile. Proprio quello che dico sempre!” e aggiunse rivolto alla penna d’oca e agli altri oggetti sul tavolino che potevano sentirlo: “È strano quante cose escono da me! Quasi da non credere! E nemmeno io so in realtà che cosa uscirà adesso, quando l’uomo comincerà ad attingere da me. Una sola goccia di me è sufficiente per mezzo foglio, e lì ci stanno proprio tante cose! Sono davvero straordinario! Da me provengono tutte le opere del poeta! Quei personaggi viventi che la gente crede di riconoscere, quei sentimenti profondi, quel buon umore, quelle meravigliose descrizioni della natura, non le capisco neppure io, perché io non conosco la natura, ma in me è tutto innato! Da me sono uscite ed escono quelle graziose fanciulle danzanti, quei cavalieri arditi su cavalcature travolgenti, personaggi come Per il Sordo o Kirsten la Stravagante. Non lo capisco io stesso, ve l’assicuro, non ci penso neppure”.
“Ha ragione!” rispose la penna d’oca. “Lei non ci pensa affatto, perché se ci pensasse capirebbe di essere soltanto la materia fluida! Lei dà il liquido in modo che io possa esprimere e rendere visibile sulla carta quello che ho in me, e che trascrivo. E la penna quella che scrive! Di questo non dubita nessuno, eppure molti non si intendono di poesia più di un vecchio calamaio!”
“Lei ha ben poca esperienza!” replicò il calamaio. “È al servizio solo da una settimana e già è mezza consumata. E si immagina di essere lei il poeta! Lei è solo una serva, del suo genere ne ho avute tante prima che arrivasse lei, sia della famiglia delle oche che di una fabbrica inglese. Io conosco sia la penna d’oca, che quelle d’acciaio. Ne ho avute tante al mio servizio, e ne avrò ancora di più, quando lui, l’uomo che si muove per me, verrà a scrivere quello che ricava dal mio intimo. Mi piacerebbe proprio sapere quale sarà la prima cosa che ricaverà da me.”
“Botte d’inchiostro!” gli disse la penna.
A sera tardi il poeta rientrò a casa; era stato al concerto dove aveva sentito un bravissimo violinista ed era ancora tutto commosso da quella sensazionale esibizione. L’artista aveva tratto dal suo strumento una straordinaria armonia di toni; ora sembravano gocce d’acqua, cascate di perle, ora invece cinguettii di uccelli in coro, ora una tormenta che soffiava tra un bosco di abeti. Gli era sembrato di sentir piangere il suo cuore, ma il pianto era una melodia sgorgata da una bella voce di donna. Gli era sembrato che non solo le corde del violino suonassero, ma persino il ponticello, le viti e la cassa armonica; era straordinario e doveva essere stato difficilissimo, anche se ora sembrava un gioco; era come se l’archetto volasse avanti e indietro sulle corde, e pareva che chiunque sarebbe stato in grado di farlo. Il violino suonava da solo, l’archetto suonava da solo, erano loro due a fare tutto, e si dimenticava il maestro che li muoveva, che dava loro vita e anima. Si dimenticava il maestro; ma a lui pensò il poeta; ne pronunciò il nome e scrisse:
“Come sarebbe sciocco se l’archetto e il violino volessero vantarsi della loro opera! È proprio quello che noi uomini facciamo così spesso; il poeta, l’artista, lo scienziato e il generale: tutti ci vantiamo e tutti in realtà siamo strumenti del Signore; a Lui solo la gloria! Noi non abbiamo nulla di cui vantarci.”
Così scrisse il poeta, lo scrisse come una parabola e la chiamò Maestro e gli strumenti.
“Questo è per lei, signore!” disse la penna al calamaio, quando i due rimasero di nuovo soli. “Ha certo sentito quando ha letto a voce alta quel che io ho scritto?”
“Sì, quello che io le ho dato da scrivere!” esclamò il calamaio. “È stata una frecciata a lei, alla sua superbia! Possibile non capisca che mi sto prendendo gioco di lei? Le ho dato proprio un colpo dal profondo del cuore: crede che io non sappia riconoscere la mia malizia?”
“Contenitore d’inchiostro!” gridò la penna.
“Stecchino da scrivere!” rispose il calamaio.
Ognuno di loro era convinto di aver risposto bene, e questa è sempre una piacevole convinzione, perché ci si può dormire sopra, e così fecero. Ma il poeta non dormiva, i pensieri si agitavano in lui come le note del violino, tintinnando come perle, rombando come una tormenta nel bosco, e in quei pensieri riconobbe il suo cuore, riconobbe lo sfolgorio che derivava dall’eterno maestro.
A Lui solo la gloria!

[Hans Christian Andersen]