Il giovane gambero

Un giovane gambero pensò: “Perchè nella mia famiglia tutti camminano all’indietro? Voglio imparare a camminare in avanti, come le rane, e mi caschi la coda se non ci riesco”.
Cominciò ad esercitarsi di nascosto, tra i sassi del ruscello natio, e i primi giorni l’impresa gli costava moltissima fatica. Urtava dappertutto, si ammaccava la corazza e si schiacciava una zampa con l’altra. Ma un po’ alla volta le cose andarono meglio, perché tutto si può imparare, se si vuole.
Quando fu ben sicuro di sé, si presentò alla sua famiglia e disse:
“State a vedere”.
E fece una magnifica corsetta in avanti.
“Figlio mio”, scoppiò a piangere la madre, “ti ha dato di volta il cervello? Torna in te, cammina come tuo padre e tua madre ti hanno insegnato, cammina come i tuoi fratelli che ti vogliono tanto bene”.
I suoi fratelli però non facevano che sghignazzare.
Il padre lo stette a guardare severamente per un pezzo, poi disse: “Basta così. Se vuoi restare con noi, cammina come gli altri gamberi. Se vuoi fare di testa tua, il ruscello è grande: vattene e non tornare più indietro”.
Il bravo gamberetto voleva bene ai suoi, ma era troppo sicuro di essere nel giusto per avere dei dubbi: abbracciò la madre, salutò il padre e i fratelli e si avviò per il mondo.
Il suo passaggio destò subito la sorpresa di un crocchio di rane che da brave comari si erano radunate a far quattro chiacchiere intorno a una foglia di ninfea.
“Il mondo va a rovescio”, disse una rana, “guardate quel gambero e datemi torto, se potete”.
“Non c’è più rispetto”, disse un’altra rana.
“Ohibò, ohibò”, disse una terza.
Ma il gamberetto proseguì diritto, è proprio il caso di dirlo, per la sua strada. A un certo punto si sentì chiamare da un vecchio gamberone dall’espressione malinconica che se ne stava tutto solo accanto a un sasso.
“Buon giorno”, disse il giovane gambero.
Il vecchio lo osservò a lungo, poi disse: “Cosa credi di fare? Anch’io, quando ero giovane, pensavo di insegnare ai gamberi a camminare in avanti. Ed ecco che cosa ci ho guadagnato: vivo tutto solo, e la gente si mozzerebbe la lingua piuttosto che rivolgermi la parola. Finché sei in tempo, dà retta a me: rassegnati a fare come gli altri e un giorno mi ringrazierai del consiglio”.
Il giovane gambero non sapeva cosa rispondere e stette zitto. Ma dentro di sé pensava: “Ho ragione io”.
E salutato gentilmente il vecchio riprese fieramente il suo cammino.
Andrà lontano? Farà fortuna? Raddrizzerà tutte le cose storte di questo mondo? Noi non lo sappiamo, perché egli sta ancora marciando con il coraggio e la decisione del primo giorno.
Possiamo solo augurargli, di tutto cuore: “Buon viaggio!”.

[Gianni Rodari]

 

Il pifferaio magico

C’era una volta la città di Hamelin in Germania. Era una città molto graziosa, ma aveva due grossi difetti: i suoi cittadini erano molto avari e le sue cantine piene di topi.
Di gatti neanche l’ombra perché, siccome qualcosina costavano ai padroni, erano stati cacciati.
Fatto si è che i topi diventavano tanti e tanti che non era più possibile vivere nella città.
Si pensò allora di far tornare i gatti scacciati, ma i topi li misero in fuga.
Era una vita beata la loro.
Ce n’erano di tutti i tipi: topi, topini, ratti, rattoni e per tutti c’era da mangiare: nei granai, nelle cucine, dove c’erano molte forme di formaggio.
I poveri cittadini, non sapendo più che fare, si rivolsero al loro sindaco, ma anche quello più che dire: “Cercherò… Farò… Non so…” non faceva.
Ma ecco, che una mattina comparve in città un ometto minuto tutto brio e allegria che disse al sindaco: “Io vi libererò dai topi, ma voglio in cambio mille monete d’oro”.
Al sindaco la richiesta non parve esagerata e promise la ricompensa, scambiando con l’ometto una bella stretta di mano.
L’ometto, allora, prese da un sacchetto che portava a tracolla un piffero e diede due o tre fischiate. Subito i topi che erano nello studio del Sindaco, nascosti qua e là, balzarono fuori e, quando l’uomo uscì, lo seguirono.
Il pifferaio continuò a suonare in strada e i topi lo seguirono squittendo felici.
Nelle loro testoline vedevano montagne di formaggio tutte per loro, vedevano dispense con ogni ben di Dio pronte ad essere saccheggiate.
“Tutto per voi, tutto per voi, bei topini!” prometteva la musica che li attraeva e li affascinava.
E la marcia trionfale del suonatore continuò: da tutte le case uscivano a centinaia topi di tutte le dimensioni, di tutte le età: anche i più saggi e i più furbi tra loro credevano a ciò che la musica magica prometteva!
E la gente, affacciata alle finestre, appoggiata ai muri delle case guardava esterrefatta e felice quella smisurata fila di roditori che seguiva il suonatore.
“Se ne vanno! Se ne vanno! Ma è possibile? Oh, che gioia! Che il cielo sia benedetto!”
Finalmente quando tutti i topi della città furono riuniti dietro a lui, il suonatore si avviò verso il fiume e le bestiole dietro, sempre più affascinate dalla musica magica. Il pifferaio entrò ad un tratto nell’acqua e quelli ancora dietro; avanzò ancora finché fu immerso fino al collo e i topi lo seguirono incantati e fiduciosi.
Lui allora si fermò in mezzo alla corrente e seguitò a suonare e i topi per un po’ nuotarono e poi, siccome da lui non potevano allontanarsi finirono per annegare tutti, nessuno escluso! Allora il suonatore uscì dal fiume, si scrollò l’acqua di dosso e si recò dal sindaco per ricevere la dovuta ricompensa.
Il sindaco, come lo vide entrare, arricciò il naso e gli chiese: “Che vuoi tu?”
“Essere pagato per tutto quello che ho fatto per la città!”
“Mille monete d’oro per aver suonato il piffero per poco più di un’ora?”
“Senza di me i topi avrebbero distrutto le vostre case!”
“Ebbene io non ti dò niente!”
“Chiedi ai cittadini se sono del tuo parere.”
Il sindaco si affacciò al balconcino del municipio e chiese ai concittadini quel che doveva fare e tutti furono d’accordo con lui, da quegli avaracci che erano.
Il pifferaio allora amareggiato e molto arrabbiato minacciò: “Vi pentirete oh, se vi pentirete di quello che mi fate!”
Uscì in strada ed eseguì una scala col flauto soffiando a tutte gote poi, aiutandosi con le agili dita, emise dolcissimi suoni.
Subito si videro teste di bimbi guardare giù dalle finestre, volgersi verso il pifferaio, poi un ragazzino uscì dalla casa e guardò con entusiasmo l’uomo che suonava.
A lui si unirono due, tre compagni e tutti guardavano come affascinati il suonatore.
E questi non smise di suonare, anzi la sua musica diventò più dolce e persuasiva e nella mente dei bambini faceva nascere visioni di città tutte balocchi, di città tutte dolci, senza scuole, senza adulti che volevano comandare ad ogni ora del giorno.
E la schiera ingrossava sempre più e tutti i componenti erano felice e ridevano, e tenendosi per mano cantavano seguendo sempre più il pifferaio.
Ed ecco i genitori rincorrere quella schiera di gioiosi figlioli che se ne andavano con l’omino così, come i topi che lo avevano seguito sino alla morte!
“Non andate con lui! Tornate per carità!” gridavano disperati i padri e le madri mettendosi a loro volta in fila.
Ma essi si stancarono da morire e non riuscirono a tenere il passo con i loro figli che camminavano sognando cose meravigliose.
Il sindaco, chiuso nelle sue stanze, si strappò disperato i capelli.
Intanto il suonatore si avviava verso la grande montagna che si trovava proprio alle spalle della città.
I bimbi dietro cantavano: erano così felici di seguire quell’omino che nessuno li avrebbe distolti dal loro proposito.
Giunsero così a metà montagna: al suono del piffero questa si aprì e tutti, pifferaio in testa, entrarono nella fenditura che si richiuse ermeticamente dietro l’ultimo della fila.
Ne restò fuori solo uno zoppetto che non era riuscito a camminare veloce come i compagni.
I cittadini che giunsero sul luogo dopo qualche tempo, lo trovarono là che piangeva disperato per non aver potuto raggiungere i suoi amici.
Dei bambini non c’era più traccia e nessuno seppe mai ciò che ne fosse stato.

[Fratelli Grimm]

 

I musicanti di Brema

Un uomo aveva un asino che lo aveva servito assiduamente per molti anni, ma ora le forze lo abbandonavano e di giorno in giorno diveniva sempre più incapace di lavorare. Allora il padrone pensò di toglierlo di mezzo, ma l’asino si accorse che non tirava buon vento, scappò e prese la via di Brema: là, pensava, avrebbe potuto fare parte della banda municipale. Dopo aver camminato un po’, trovò un cane da caccia che giaceva sulla strada, ansando come sfinito dalla corsa.
“Perché‚ soffi così?” domandò l’asino. “Ah,” rispose il cane,” siccome sono vecchio e divento ogni giorno più debole e non posso più andare a caccia, il mio padrone voleva uccidermi, e allora me la sono data a gambe; ma adesso come farò a guadagnarmi il pane?” e l’asino rispose “Io vado a Brema a fare il musicante, vieni anche tu e fatti assumere nella banda.” Il cane era d’accordo e partirono insieme. Poco dopo trovarono per strada un gatto dall’aspetto molto afflitto. “Ti è andato storto qualcosa?” domandò l’asino. “Come si fa a essere allegri se ne va di mezzo la pelle? Dato che invecchio, i miei denti si smussano e preferisco starmene a fare le fusa accanto alla stufa invece di dare la caccia ai topi, la mia padrona ha tentato di annegarmi; l’ho scampata, è vero, ma adesso è un bel pasticcio: dove andrò?” e l’asino disse “Vieni con noi a Brema: ti intendi di serenate, puoi entrare nella banda municipale.” Il gatto acconsentì e andò con loro. Poi i tre fuggiaschi passarono davanti a un cortile: sul portone c’era il gallo del pollaio che strillava a più non posso. “Strilli da rompere i timpani,” disse l’asino, “che ti piglia?” – “Ho annunciato il bel tempo,” rispose il gallo, “perché‚ è il giorno in cui la Madonna ha lavato le camicine a Gesù Bambino e vuol farle asciugare; ma domani, che è festa, verranno ospiti, e la padrona di casa, senza nessuna pietà, ha detto alla cuoca che vuole mangiarmi lesso, così questa sera devo lasciarmi tagliare il collo. E io grido a squarciagola finché‚ posso.” – “Macché‚ Cresta rossa,” disse l’asino, “vieni piuttosto con noi, andiamo a Brema; qualcosa meglio della morte lo trovi dappertutto; tu hai una bella voce e, se faremo della musica tutti insieme, sarà una bellezza!”. Al gallo piacque la proposta e se ne andarono tutti e quattro.
Ma non potevano raggiungere Brema in un giorno, la sera giunsero in un bosco dove si apprestarono a passare la notte. L’asino e il cane si sdraiarono sotto un albero alto, mentre il gatto e il gallo salirono sui rami, ma il gallo volò fino in cima, dov’egli era più al sicuro. Prima di addormentarsi guardò ancora una volta in tutte le direzioni, e gli parve di vedere in lontananza una piccola luce, così gridò ai compagni che, non molto distante, doveva esserci una casa poiché‚ splendeva un lume. Allora l’asino disse: “Mettiamoci in cammino e andiamo, perché‚ qui l’alloggio è cattivo.” E il cane aggiunse: “Sì, un paio d’ossa e un po’ di carne mi andrebbero anche bene!”. Perciò si avviarono verso la zona da cui proveniva la luce e, ben presto, la videro brillare più chiara e sempre più grande, finché‚ giunsero davanti a una casa bene illuminata dove abitavano i briganti. L’asino, che era il più alto, si avvicinò alla finestra e guardò dentro. “Cosa vedi, testa grigia?” domandò il gallo. “Cosa vedo?” rispose l’asino. “Una tavola apparecchiata con ogni ben di Dio e attorno i briganti che se la spassano.” – “Farebbe proprio al caso nostro,” disse il gallo. “Sì, sì; ah, se fossimo là dentro!” esclamò l’asino. Allora gli animali iniziarono a cercare il modo di cacciar fuori i briganti, e alla fine trovarono il sistema. L’asino dovette appoggiarsi alla finestra con le zampe davanti, il cane saltare sul dorso dell’asino, il gatto arrampicarsi sul cane, e infine il gallo si alzò in volo e si posò sulla testa del gatto. Fatto questo, a un dato segnale incominciarono tutti insieme il loro concerto: l’asino ragliava, il cane abbaiava, il gatto miagolava e il gallo cantava. Poi dalla finestra piombarono nella stanza facendo andare in pezzi i vetri. I briganti, spaventati da quell’orrendo schiamazzo, credettero che fosse entrato uno spettro e fuggirono atterriti nel bosco. I quattro compagni sedettero a tavola, si accontentarono di quello che era rimasto e mangiarono come se dovessero patire la fame per un mese.
Quando ebbero finito, i quattro musicisti spensero la luce e si cercarono un posto per dormire comodamente, ciascuno secondo la propria natura. L’asino si sdraiò sul letamaio, il cane dietro la porta, il gatto sulla cenere calda del camino e il gallo si posò sulla trave maestra; e poiché‚ erano tanto stanchi per il lungo cammino, si addormentarono subito. Passata la mezzanotte, i briganti videro da lontano che in casa non ardeva più nessun lume e tutto sembrava tranquillo. Allora il capo disse: “Non avremmo dovuto lasciarci impaurire” e mandò uno a ispezionare la casa. Costui trovò tutto tranquillo andò in cucina ad accendere un lume e, scambiando gli occhi sfavillanti del gatto per carboni ardenti, vi accostò un fiammifero perché‚ prendesse fuoco. Ma il gatto si spaventò e gli saltò in faccia, sputando e graffiando. Il brigante si impaurì a morte e tentò di fuggire dalla porta sul retro, ma là era sdraiato il cane che saltò su e lo morse a una gamba, e quando attraversò di corsa il cortile, passando davanti al letamaio, l’asino gli diede un bel calcio con la zampa di dietro, e il gallo, che si era svegliato per il baccano, strillò tutto arzillo dalla sua trave: “Chicchiricchì!” Allora il brigante tornò dal suo capo correndo a più non posso e disse: “Ah, in casa c’è un’orribile strega che mi ha soffiato addosso e mi ha graffiato la faccia con le sue unghiacce e sulla porta c’è un uomo con un coltello che mi ha ferito alla gamba, nel cortile c’è un mostro nero che mi si è scagliato contro con una mazza di legno e in cima al tetto il giudice gridava: ‘Portatemi quel furfante! Allora me la sono data a gambe”. Da quel giorno i briganti non cercarono più di ritornare nella casa, ma i quattro musicanti di Brema ci stavano così bene che non vollero andarsene.

[Fratelli Grimm]

 

Promosso più due

“Aiuto, aiuto,” grida fuggendo un povero Dieci.
“Che c’è? Che ti succede?”
“Ma non vedete? Sono inseguito da una Sottrazione. Se mi raggiunge sarà un disastro.”
“Eh, via, addirittura un disastro…”
Ecco, è fatta: la Sottrazione ha acchiappato il Dieci, gli balza addosso menando fendenti con la sua spada affilatissima. Il povero Dieci perde un dito, ne perde un altro. Per sua fortuna passa una macchina straniera lunga così, la Sottrazione si volta un momento a guardare se è il caso di accorciarla e il buon Dieci può svignarsela, scomparire in un portone.Ma intanto non è più un Dieci: è soltanto un Otto, e per giunta perde sangue dal naso.
“Poverino, che ti hanno fatto? Ti sei picchiato coi tuoi compagni, vero?”
Misericordia, si salvi chi può: la vocina è dolce e compassionevole, ma la sua proprietaria è la Divisione in persona. Lo sventurato Otto bisbiglia «buonasera», con un filo di voce, e cerca di riguadagnare la strada, ma la Divisione è più svelta, e con un solo colpo di forbici, zac, ne fa due pezzi: Quattro e Quattro. Uno se lo mette in tasca, l’altro ne approfitta per scappare, torna in strada di corsa, salta su un tram.
“Un momento fa ero un Dieci,” piange, ”e adesso guardate qua! Un Quattro! Gli scolari si scansano
frettolosamente, non vogliono avere niente a che fare con lui. Il tranviere borbotta: “Certa gente dovrebbe almeno avere il buon senso di andare a piedi”.
“Ma non è colpa mia!” grida tra i singhiozzi l’ex Dieci.
“Sì, è colpa del gatto. Dicono tutti così”.
Il Quattro scende alla prima fermata, rosso come una poltrona rossa.
Ahi, ne ha fatta un’altra delle sue: ha schiacciato i piedi a qualcuno.
“Scusi, scusi tanto, signora!”
Ma la Signora non si è arrabbiata, anzi, sorride. Guarda, guarda, guarda, è nientemeno che la
Moltiplicazione! Ha un cuore grosso così, lei, e non può sopportare la vista delle persone infelici: seduta stante moltiplica il Quattro per tre, ed ecco un magnifico Dodici, pronto per contare un’intera dozzina d’uova.
“Evviva,” grida il Dodici, “sono promosso! Promosso più due”.

[Gianni Rodari]

 

Tremotino

C’era una volta un mugnaio che era povero, ma aveva una bella figlia. Un giorno gli capitò di parlare con il re e gli disse: “Ho una figliola che sa filare l’oro dalla paglia.” Al re, cui piaceva l’oro, la cosa piacque, e ordinò che la figlia del mugnaio fosse condotta innanzi a lui.
La condusse in una stanza piena di paglia, le diede il filatoio e disse: “Se in tutta la notte, fino all’alba, non fai di questa paglia oro filato, dovrai morire.” Poi la porta fu chiusa e lei rimase sola. La povera figlia del mugnaio se ne stava là senza sapere come salvarsi, poiché‚non aveva la minima idea di come filare l’oro dalla paglia; la sua paura crebbe tanto che finì col mettersi a piangere. D’un tratto la porta si aprì ed entrò un omino che disse: “Buona sera, madamigella mugnaia, perché‚ piangi tanto?”
“Ah,” rispose la fanciulla, “devo filare l’oro dalla paglia e non sono capace!” Disse l’omino: “Che cosa mi dai, se te la filo io?” e la ragazza rispose “La mia collana”. L’omino prese la collana, sedette davanti alla rotella e frr, frr, frr tirò il filo tre volte e il fuso era pieno. Poi ne introdusse un altro e frr, frr, frr, tirò il filo tre volte e anche il secondo fuso era pieno; andò avanti così fino al mattino ed ecco tutta la paglia era filata e tutti i fusi erano pieni d’oro.
Quando il re andò a vedere, si meravigliò e ne fu molto soddisfatto, ma il suo cuore divenne ancora più avido. Così fece condurre la figlia del mugnaio in una stanza molto più grande piena di paglia, che anche questa volta doveva essere filata in una notte, se aveva cara la vita. La fanciulla non sapeva a che santo votarsi e piangeva; ma all’improvviso si aprì la porta e l’omino entrò dicendo: “Cosa mi dai se ti filo l’oro dalla paglia?”
“L’anello che ho al dito” rispose la fanciulla. L’omino prese l’anello, la ruota cominciò a ronzare e al mattino tutta la paglia si era mutata in oro splendente.
A quella vista il re andò in visibilio ma, non ancora sazio, fece condurre la figlia del mugnaio in una terza stanza ancora più grande delle precedenti, piena di paglia, e disse: “Dovrai filare anche questa paglia entro stanotte; se ci riesci sarai la mia sposa.” Infatti egli pensava che da nessun’altra parte avrebbe trovato una donna tanto ricca. Quando la fanciulla fu sola, ritornò per la terza volta l’omino e disse: “Che cosa mi dai se ti filo la paglia anche questa volta?” rispose la fanciulla “Non ho più nulla”. “Allora promettimi,” disse l’omino, “quando sarai regina, di darmi il tuo primo bambino.” La figlia del mugnaio pensò “Chissà come andrà a finire!” e, del resto, messa alle strette, non sapeva che altro fare, perciò accordò la sua promessa all’omino che, anche questa volta, le filò l’oro dalla paglia.
Quando al mattino venne il re e trovò che tutto era stato fatto secondo i suoi desideri, la sposò e la bella mugnaia divenne regina. Dopo un anno diede alla luce un bel maschietto e non si ricordava neanche più dell’omino, quando questi le entrò d’un tratto nella stanza a reclamare ciò che gli era stato promesso. La regina inorridì e gli offrì tutte le ricchezze del regno, purché‚ le lasciasse il bambino ma l’omino disse: “No, qualcosa di vivo mi è più caro di tutti i tesori del mondo.” Allora la regina incominciò a piangere e a lamentarsi, tanto che l’omino s’impietosì e disse: “Ti lascio tre giorni di tempo: se riesci a scoprire come mi chiamo, potrai tenerti il bambino.”
La regina passò la notte cercando di ricordare tutti i nomi che mai avesse udito, inviò un messo nelle sue terre a domandare in lungo e in largo, quali altri nomi si potevano trovare. Il giorno seguente, quando venne l’omino, la regina cominciò con Gaspare, Melchiorre e Baldassarre e disse tutta una lunga sfilza di nomi, ma ogni volta l’omino diceva: “Non mi chiamo così.” Il secondo giorno mandò a chiedere come si chiamasse la gente nei dintorni e propose all’omino i nomi più insoliti e strani quali: Latte di gallina, Coscia di montone, Osso di balena. Ma lui rispondeva sempre: “Non mi chiamo così.”
Il terzo giorno tornò il messo e raccontò: “Nuovi nomi non sono riuscito a trovarne, ma ai piedi di un gran monte, alla svolta del bosco, dove la volpe e la lepre si dicono buona notte, vidi una casetta e davanti alla casetta ardeva un fuoco intorno al quale ballava un omino quanto mai buffo, che gridava, saltellando su di una sola gamba:
“Oggi fo il pane,
la birra domani, e il meglio per me
è aver posdomani il figlio del re.
Nessun lo sa, e questo è il sopraffino,
Ch’io porto il nome di Tremotino!”
All’udire queste parole, la regina si rallegrò e poco dopo quando l’omino entrò e le disse: “Allora, regina, come mi chiamo?” lei da principio domandò: “Ti chiami Corrado?” – “No.” – “Ti chiami Enrico?” – “No.” – “Ti chiami forse Tremotino?”
“Te l’ha detto il diavolo, te l’ha detto il diavolo!” gridò l’omino scappando con rabbia e non tornò più.

[Fratelli Grimm]

 

Abbasso il nove

Uno scolaro faceva le divisioni:
“Il tre nel tredici sta quattro volte con l’avanzo di uno.
Scrivo quattro al quoto. Tre per quattro dodici, al tredici uno. Abbasso il nove…”
“Ah no,” gridò a questo punto il nove.
“Come?” domandò lo scolaro.
“Tu ce l’hai con me: perché hai gridato «abbasso il nove?» Che cosa ti ho fatto di male? Sono forse un nemico pubblico?”
“Ma io…”
“Ah lo immaginavo bene, avrai la scusa pronta. Ma a me non mi va giù
lo stesso. Grida «abbasso il brodo di dadi», «abbasso lo sceriffo», e magari anche
«abbasso l’aria fritta», ma perché proprio «abbasso il nove»?”
“Scusi. ma veramente…”
“Non interrompere, è cattiva educazione. Sono una semplice cifra, e qualsiasi numero di due cifre mi può mangiare il risotto in testa, ma anch’io ho la mia dignità e voglio essere rispettato.
Prima di tutto dai bambini che hanno ancora il moccio al naso. Insomma, abbassa il tuo naso, abbassa gli avvolgibili, ma lasciami stare.”
Confuso e, intimidito, lo scolaro non abbassò il nove, sbagliò la divisione e si prese un brutto voto. Eh, qualche volta non è proprio il caso di essere troppo delicati.

[Gianni Rodari]

 

La tartaruga parlante

C’era una volta un’anziana signora, che aveva due figli. Il primo aveva fatto fortuna ed era ricchissimo, ma non aveva mai dato il minimo aiuto alla madre o al fratello; il secondo, invece, era povero e senza lavoro, ma era sempre stato vicino alla madre e la aiutava con le faccende di casa. Arrivò il Capodanno. Madre e figlio erano così poveri che non avevano nulla da mangiare per cena. Così, il fratello minore, si offrì di andare a cercare qualcosa da mettere sotto i denti. Si mise sulla spiaggia e cercò di pescare qualcosa, ma non riuscì a prendere nulla. Stava per tornare a casa a mani vuote, quando dal mare uscì una tartaruga.
“Che fortuna!” pensò il ragazzo “Questa sera mangeremo un delizioso brodo di tartaruga”. Stava per colpire l’animale con un sasso quando la tartaruga, con un filo di voce, lo supplicò: “Non uccidermi! Sono così povera e sfortunata; non ho niente da mangiare e sto morendo di fame. Aiutami”.
Il ragazzo, alquanto sorpreso, risparmiò la vita alla tartaruga e la prese con sé. Poi, corse dal fratello maggiore, che gli aprì la porta di casa controvoglia.
“Cosa vuoi? Non ho niente da darti” gli disse il fratello.
“Ma no” rispose l’altro “ho trovato una tartaruga parlante e volevo portarti a vederla”.
“Che sciocchezza, non esistono animali parlanti!”
“Fidati di me e seguimi”.
“Niente affatto; sei un bugiardo oltre che uno sciocco”.
A questo punto, il fratello minore propose all’altro una scommessa: se avesse avuto ragione, avrebbe preso tutte le sue ricchezze. In caso contrario, sarebbe diventato uno dei servi del fratello. Così i due andarono dietro un cespuglio, dove la tartaruga si lamentava:
“Ah povera me! Non ho niente da mangiare, come farò mai?”
“Visto?” disse il fratello minore meravigliato. E così, secondo i patti, il maggiore dovette cedere tutti i suoi averi.
Tuttavia, grazie alla sua furbizia, il maggiore in poco tempo recuperò la fortuna persa. Poi, andò dal fratello e gli chiese la tartaruga parlante; infatti, aveva escogitato un trucco per guadagnare un’immensa fortuna. Con la tartaruga sottobraccio, si recò da un nobile della sua regione e gli propose una scommessa: se riuscirò a far parlare questa tartaruga, mi darai un carro traboccante d’oro e di gemme; in caso contrario, ti darò tutti i miei averi.
Questa volta, però, la tartaruga non proferì parola e rimase muta tutto il giorno. Così, il fratello maggiore perse tutto per la seconda volta. Infuriato, uccise la tartaruga. Quando se ne accorse, il fratello minore la volle riportare a casa e la seppellì in giardino, con tutti gli onori. In quel punto, nacque un bambù, così grande che ci sarebbero voluti tre uomini per abbatterlo.
Un giorno, il fratello minore decise di tagliarlo e rivenderlo; tuttavia, quando tagliò la prima sezione, uscirono fuori monete d’oro, in quantità da fare invidia a un nobile. Dalla seconda sezione uscì una montagna di riso pregiato; dalla terza sezione, infine, uscirono fuori cascate di diamanti, rubini e ogni sorta di gemma preziosa. Il ragazzo, grazie alla gratitudine della tartaruga, divenne l’uomo più ricco del paese e usò le sue ricchezze non solo per sé e per sua madre, ma fece molte opere di bene. Il fratello maggiore era pieno d’invidia. Una notte s’intrufolò nella casa e si mise a tagliare il bambù: dalla prima sezione uscì sterco di cavallo fumante, dalla seconda sezione del fango avvelenato; dalla terza, infine, un nugolo d’insetti che cominciò a morderlo e pungerlo finché non corse via.
Quando il fratello minore ascoltò le disavventure del fratello, gli disse: “Fratello mio, la vita è stata amara con te, perché tu sei stato amaro con tutti noi. Ad ogni modo, ho accumulato così tante ricchezze che voglio restituirti la tua casa”. E così fece.

[Fiaba della tradizione giapponese]

 

Il soldatino di piombo

Mamma, guarda come sono belli! – Esclamò il bambino saltellando dalla gioia.
Il coperchio della scatola di legno, aperto con impazienza, fece ammirare una ventina di soldatini di piombo allineati come in una parata.
Le uniformi rosso fiammante davano ai piccoli militari un fiero portamento: giacche scarlatte, pantaloni blu scuro, copricapi neri con piume rosse e bianche.
Ognuno portava con fierezza il suo fucile.
Il bambino li prese uno ad uno e li mise sul tavolo, guardandoli meravigliato.
L’ultimo gli sembrò molto curioso: rimaneva perfettamente diritto, magnifico come il resto della truppa… ma aveva una gamba sola!
Malgrado questo difetto, o forse proprio per questo, aveva uno sguardo più fiero, più audace degli altri.
Subito, il ragazzino lo prese in simpatia e divenne il suo soldatino preferito.
Sulla tavola si trovava anche un castello di carta con il tetto d’ardesia, le mura di pietra con i riflessi dorati, la scala con le ringhiere in ferro, questo castello assomigliava ad un maniero feudale.
Era in mezzo ad un parco verdeggiante ricco di alberi e piante multicolori.
Due cigni bianchissimi navigavano maestosamente in un lago di carta argentata.
Ma la cosa più interessante era una graziosa ragazza che stava sulla porta d’entrata: i biondi capelli raccolti in trecce, gli occhi limpidi come l’acqua del lago, il sorriso dolce e attraente, la rendevano la più bella delle ballerine.
Un vestito etereo, stretto in vita, la faceva sembrare ancora più delicata e fragile.
Con le braccia alzate sopra la testa, rimaneva in perfetto equilibrio sulla punta di un piede.
L’altra gamba, tesa in aria, era in parte nascosta dall’ampia gonna.
Dopo essere uscito dalla scatola, il soldato, attratto dalla bellezza della ballerina, non smise di guardarla nemmeno un attimo.
Egli credeva che avesse una sola gamba come lui e questa supposta infermità rinforzava il suo amore appena nato.
Cercò allora di conoscerla e decise di andarle a far visita appena fosse venuta sera.
Per far ciò, era indispensabile che il bambino si dimenticasse di allinearlo nella scatola.
Il soldatino si lasciò scivolare dietro ad un cofanetto e lì rimase sdraiato ed immobile.
Come previsto, il bambino rimise i suoi soldati nella scatola dimenticandosi del nostro eroe!
Venuta la sera, il silenzio invase la casa. Tutti i suoi abitanti dormivano tranquillamente ad eccezione dei giocattoli.
Nella penombra, incominciò una folle scorribanda: i palloni giocarono ai quattro cantoni, gli animali di peluche fecero alcune piroette e i soldatini di piombo sfilarono al suono del tamburo di un clown variopinto.
In mezzo a tutta questa agitazione, rimanevano tranquilli solo la ballerina di carta nella sua posa acrobatica, e il soldatino di piombo che, nascosto dal cofanetto, continuava a fissarla.
Malgrado la sua aria marziale e la sua prestanza, era timido e ritardava di minuto in minuto il momento dell’approccio.
Questi momenti di esitazione gli furono fatali! Tutto preso dalla contemplazione della ballerina, il soldato di piombo non si accorse di un losco figuro, uno gnomo nero e gobbo come un diavoletto.
Innamorato follemente della ragazza, vedeva nel soldatino un rivale pericoloso, giovane e bello.
Cieco d’invidia, lo chiamò più volte, ma il giovane militare non lo ascoltò neppure.
Allora lo gnomo lo fulminò con gli occhi e lo minacciò:
“Tu mi ignori! Ma ti accorgerai di me ben presto!”
Il mattino seguente il bambino si accorse che il soldatino di piombo era rimasto nascosto dietro al cofanetto; lo prese e lo posò sul davanzale della finestra.
Immediatamente, un malaugurato soffio di vento, o forse il soffio vendicatore del rivale, lo fece cadere nel vuoto.
Girando su sé stesso, la testa in basso e i piedi in alto, cadde vertiginosamente.
Non potendo chiudere gli occhi, vide avvicinarsi spaventosamente il terreno.
Quando toccò il suolo, la sua baionetta, con la violenza del colpo, si infisse nell’asfalto e così restò, capovolto.
Il bambino si precipitò in strada per cercarlo, ma le carrozze e i passanti lo nascosero ai suoi occhi.
Disperato, ritornò a casa, piangendo la perdita del suo soldatino preferito.
Improvvisamente cominciò a cadere una violenta pioggia estiva.
In un attimo si formarono rivoli di acqua che inondarono gli scarichi che portano alle fogne.
Due sfaccendati videro il soldatino di piombo ed ebbero la curiosa idea di metterlo in una barchetta di carta che stavano costruendo.
Poi deposero l’imbarcazione sull’acqua.
Sballottato, il fragile scafo fu rapidamente preso dalla corrente turbolenta e scomparve in un gorgo buio. Il soldatino, convinto che il responsabile delle sue disavventure fosse lo gnomo, pensò che fosse giunta la sua ultima ora.
Passò momenti interminabili nell’oscurità, bagnato dagli spruzzi dell’acqua agitata.
Nessun dubbio! Navigava nelle fogne. Infine vide la luce del sole in lontananza.
La luce si fece sempre più forte e divenne un grande orifizio aperto sulla campagna e la libertà.
“Uff! Sono sano e salvo, sono scampato all’inferno” pensò il soldatino sospirando con sollievo.
Invece i suoi dispiaceri non erano finiti: un’enorme topo di fogna dall’aria feroce, bloccava l’uscita.
I suoi occhi acuti avevano notato il naufrago che stava cercando una via d’uscita.
La corrente era così forte che il topo, malgrado le sue cattive intenzioni, non poté prenderlo e con rabbia in cuore lo vide allontanarsi.
Dopo l’ultimo scampato pericolo, la barchetta di carta continuò il suo viaggio attraverso i prati e i campi. Il corso d’acqua s’allargò diventando un ruscello.
In piedi sull’imbarcazione, il soldatino di piombo osservava i fiori che ornavano le rive tranquille.
Dopo questa momentanea calma, i flutti tornarono ad essere violenti, il ruscello si trasformò in una cascata che si riversava in un lago.
Presa da queste correnti, la barca non riuscì a resistere e si capovolse. Il soldatino di piombo colò a picco. Addio graziosa ballerina!
Un enorme pesce che girovagava lo prese per una preda di cui era molto goloso, in un solo boccone lo afferrò e lo inghiotti tutto intero.
Per il soldatino di piombo ci fu di nuovo l’oscurità. Poco dopo, il pesce venne catturato dalla rete di un pescatore del mercato.
Il caso volle che il pesce fosse proprio comprato dalla cuoca al servizio dei genitori del bambino.
Aprendo il ventre dell’animale per pulirlo, fu meravigliata di trovarci il soldatino perduto.
Lo mise sul tavolo, vicino al castello di cartone.
La ballerina gli mandò un sorriso così dolce da cui capì che anche lei lo amava.
Che felicità dopo tante peripezie!
Ma lo gnomo non aveva ancora rinunciato alla sua vendetta. Malgrado i suoi sortilegi, infatti, i due giovani si amavano. Per farla finita suggerì al bambino di sbarazzarsi del soldatino con una sola gamba che rovinava la sua collezione. L’ingrato, dimenticandosi del suo preferito, lo gettò nel caminetto.
Il soldatino si sciolse rapidamente per il calore, ma la testa, ancora intatta, continuava con gli occhi tristi bagnati di lacrime di piombo, a fissare la ballerina. All’improvviso s’aprì violentemente la porta, una corrente d’aria invase la stanza scaraventando il castello di carta sulle braci ardenti.
Nello stesso istante prese fuoco e bruciò. Il giorno seguente, facendo le pulizie di casa, qualcuno mescolò le ceneri, ignorando, contrariamente alle intenzioni del diavoletto, di unire per l’eternità il soldatino di piombo e la ballerina di carta.
A meno che il vento non disperda il piccolo mucchio di polvere grigia!

[Hans Christian Andersen]

 

Penna e calamaio

Nella camera di un poeta, guardando il suo calamaio sul tavolino, qualcuno disse: “È strano quante cose possono uscire da questo calamaio! Che cosa ne uscirà la prossima volta? Sì, è proprio strano!”.
“È vero” commentò il calamaio “è incomprensibile. Proprio quello che dico sempre!” e aggiunse rivolto alla penna d’oca e agli altri oggetti sul tavolino che potevano sentirlo: “È strano quante cose escono da me! Quasi da non credere! E nemmeno io so in realtà che cosa uscirà adesso, quando l’uomo comincerà ad attingere da me. Una sola goccia di me è sufficiente per mezzo foglio, e lì ci stanno proprio tante cose! Sono davvero straordinario! Da me provengono tutte le opere del poeta! Quei personaggi viventi che la gente crede di riconoscere, quei sentimenti profondi, quel buon umore, quelle meravigliose descrizioni della natura, non le capisco neppure io, perché io non conosco la natura, ma in me è tutto innato! Da me sono uscite ed escono quelle graziose fanciulle danzanti, quei cavalieri arditi su cavalcature travolgenti, personaggi come Per il Sordo o Kirsten la Stravagante. Non lo capisco io stesso, ve l’assicuro, non ci penso neppure”.
“Ha ragione!” rispose la penna d’oca. “Lei non ci pensa affatto, perché se ci pensasse capirebbe di essere soltanto la materia fluida! Lei dà il liquido in modo che io possa esprimere e rendere visibile sulla carta quello che ho in me, e che trascrivo. E la penna quella che scrive! Di questo non dubita nessuno, eppure molti non si intendono di poesia più di un vecchio calamaio!”
“Lei ha ben poca esperienza!” replicò il calamaio. “È al servizio solo da una settimana e già è mezza consumata. E si immagina di essere lei il poeta! Lei è solo una serva, del suo genere ne ho avute tante prima che arrivasse lei, sia della famiglia delle oche che di una fabbrica inglese. Io conosco sia la penna d’oca, che quelle d’acciaio. Ne ho avute tante al mio servizio, e ne avrò ancora di più, quando lui, l’uomo che si muove per me, verrà a scrivere quello che ricava dal mio intimo. Mi piacerebbe proprio sapere quale sarà la prima cosa che ricaverà da me.”
“Botte d’inchiostro!” gli disse la penna.
A sera tardi il poeta rientrò a casa; era stato al concerto dove aveva sentito un bravissimo violinista ed era ancora tutto commosso da quella sensazionale esibizione. L’artista aveva tratto dal suo strumento una straordinaria armonia di toni; ora sembravano gocce d’acqua, cascate di perle, ora invece cinguettii di uccelli in coro, ora una tormenta che soffiava tra un bosco di abeti. Gli era sembrato di sentir piangere il suo cuore, ma il pianto era una melodia sgorgata da una bella voce di donna. Gli era sembrato che non solo le corde del violino suonassero, ma persino il ponticello, le viti e la cassa armonica; era straordinario e doveva essere stato difficilissimo, anche se ora sembrava un gioco; era come se l’archetto volasse avanti e indietro sulle corde, e pareva che chiunque sarebbe stato in grado di farlo. Il violino suonava da solo, l’archetto suonava da solo, erano loro due a fare tutto, e si dimenticava il maestro che li muoveva, che dava loro vita e anima. Si dimenticava il maestro; ma a lui pensò il poeta; ne pronunciò il nome e scrisse:
“Come sarebbe sciocco se l’archetto e il violino volessero vantarsi della loro opera! È proprio quello che noi uomini facciamo così spesso; il poeta, l’artista, lo scienziato e il generale: tutti ci vantiamo e tutti in realtà siamo strumenti del Signore; a Lui solo la gloria! Noi non abbiamo nulla di cui vantarci.”
Così scrisse il poeta, lo scrisse come una parabola e la chiamò Maestro e gli strumenti.
“Questo è per lei, signore!” disse la penna al calamaio, quando i due rimasero di nuovo soli. “Ha certo sentito quando ha letto a voce alta quel che io ho scritto?”
“Sì, quello che io le ho dato da scrivere!” esclamò il calamaio. “È stata una frecciata a lei, alla sua superbia! Possibile non capisca che mi sto prendendo gioco di lei? Le ho dato proprio un colpo dal profondo del cuore: crede che io non sappia riconoscere la mia malizia?”
“Contenitore d’inchiostro!” gridò la penna.
“Stecchino da scrivere!” rispose il calamaio.
Ognuno di loro era convinto di aver risposto bene, e questa è sempre una piacevole convinzione, perché ci si può dormire sopra, e così fecero. Ma il poeta non dormiva, i pensieri si agitavano in lui come le note del violino, tintinnando come perle, rombando come una tormenta nel bosco, e in quei pensieri riconobbe il suo cuore, riconobbe lo sfolgorio che derivava dall’eterno maestro.
A Lui solo la gloria!

[Hans Christian Andersen]

 

Il paese senza punta

Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, una volta capitò in un paese dove gli spigoli delle case erano rotondi, e i tetti non finivano a punta ma con una gobba dolcissima. Lungo la strada correva una siepe di rose e a Giovannino venne lì per lì l’idea di infilarsene una all’occhiello. Mentre coglieva la rosa faceva molta attenzione a non pungersi con le spine, ma si accorse subito che le spine non pungevano mica, non avevano punta e parevano di gomma, e facevano il solletico alla mano.

“Guarda, guarda” disse Giovannino ad alta voce. Di dietro la siepe si affacciò una guardia municipale, sorridendo.
“Non lo sapeva che è vietato cogliere le rose?”
“Mi dispiace, non ci ho pensato”.
“Allora pagherà soltanto mezza multa,” disse la guardia, che con quel sorriso avrebbe potuto benissimo esser l’omino di burro che portava Pinocchio al Paese dei Balocchi. Giovannino osservò che la guardia scriveva la multa con una matita senza punta, e gli scappò di dire:
“Scusi, mi fa vedere la sua sciabola?”
“Volentieri,” disse la guardia. E naturalmente nemmeno la sciabola aveva la punta.

“Ma che paese è questo?” domandò Giovannino.
“Il Paese senza punta,” rispose la guardia, con tanta gentilezza che le sue parole si dovrebbero scrivere tutte con la lettera maiuscola.

“E per i chiodi come fate?”
“Li abbiamo aboliti da un pezzo, facciamo tutto con la colla. E adesso, per favore, mi dia due schiaffi”.
Giovannino spalancò la bocca come se dovesse inghiottire una torta intera.

“Per carità, non voglio mica finire in prigione per oltraggio a pubblico ufficiale. I due schiaffi, semmai, dovrei riceverli, non darli”.
“Ma qui usa così”, spiegò gentilmente la guardia, “per una multa intera quattro schiaffi, per mezza multa due soli”.
“Alla guardia?”
“Alla guardia”.
“Ma è ingiusto, è terribile”.

“Certo che è ingiusto, certo che è terribile”, disse la guardia. “La cosa è tanto odiosa che la gente, per non essere costretta a schiaffeggiare dei poveretti senza colpa, si guarda bene dal fare niente contro la legge. Su, mi dia quei due schiaffi, e un’altra volta stia più attento”.

“Ma io non le voglio dare nemmeno un buffetto sulla guancia: le farò una carezza, invece”.
“Quand’è così”, concluse la guardia, “dovrò riaccompagnarla alla frontiera”.

E Giovannino, umiliatissimo, fu costretto ad abbandonare il Paese senza punta.

Ma ancor oggi sogna di poterci tornare, per viverci nel più gentile dei modi, in una bella casetta con tetto senza punta.

[Gianni Rodari]